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La cassa

CASSA

Alcune peculiarità della “cassa”:

il suono dell’orchestra è dato sì dall’insieme degli strumenti, ma sopratutto dalle “casse di risonanza”!

La qualità del suono di ogni singolo strumento è data dai legni delle casse di risonanza, dal violino fino ad arrivare al pianoforte, oltre che dal musicista che esegue il brano musicale.

Il meccanismo della risonanza somiglia molto alla restituzione, anche in musica, rispetto alla formazione e al percorso.

Sempre di questione intellettuale trattasi.

Questo per dire che la cassa non ha a che fare con il risparmio, anzi con l’investimento!

Una buona qualità del legno in uno strumento musicale è piuttosto costosa, ma quale sarà la restituzione?

L’investimento è nella struttura, nell’architettura.

Un edificio con solida struttura resisterà a lungo nel tempo, senza bisogno di riparazioni, così come un batterista di solida formazione si individua nella ritmica(struttura), sopratutto dal modo di suonare la granCASSA.

Nella musica rock la batteria usa la cassa sopratutto negli accenti “forti, mentre in altri generi può appoggiarsi anche negli accenti deboli…questo vuol dire che la cassa non è “da morto”, ma piuttosto dà vita, carattere e qualità al ritmo!

“Cash flow”, ovvero il flusso di cassa!

Una cassa con liquidità è in grado di attuare con decisione un ordine dei pagamenti,così come degli investimenti.

E il pagamento è connesso al godimento, l’investimento alla responsabilità.

Se la cassa non fluisce, al riparo dai rischi, nel risparmio, non si costruisce la struttura dell’impresa, l’arte dell’architettura non si instaura e la cassa diventa “da morto”!

Una prece…

Non è il padrone, cioè il padre morto, a governare la cassa, ma il padre nella funzione, più vivo che mai; allora la cassa incontrerà il gioco e l’ironia,e ci sarà impresa.

Riccardo Loriggiola

Polizza vita

 

La “polizza vita” istituisce e avvia un’economia sulla vita, e quindi sulla morte.

Al riparo dai rischi della vita, si insinua la “morte bianca”, l’altra morte.

Una morte in vita, quindi, assicurati al riparo dal rischio, sicuri dal rischio di vivere pensando di non morire.

La polizza vita sarà allora un’assicurazione della morte.

Testimonianza e risultato di questa polizza, che dovrebbe assicurare al resto della famiglia il godimento con il padre morto, è la “rinuncia”.

L’assicurazione ideale è quella della morte (dal detto “l’unica cosa sicura è la morte….”), se non è fisica o terrena, allora sarà tutti i giorni, senza battaglia, senza ricerca!
Riccardo Loriggiola

Il valore

 

Partendo dalla parola definita in un qualsiasi dizionario, potremmo scoprire un’infinità di applicazioni che questa parola ha nell’uso corrente della lingua italiana, ma non ci siamo mai chiesti troppo forse,su come il “valore” interviene nella nostra vita.

Valore come virtù, coraggio, valuta come valore del denaro, valore commerciale,valore civile, valore intrinseco, valore bollato, scala di valori, valori umani,etc….

La definizione che però ci interessa in questa occasione di riflessione, si trova nel vocabolario sotto la dicitura di “valore aggiunto”.

Dice: “incremento del valore di un bene per effetto di un processo produttivo operato su di esso”…o ancora…”ciò che accresce l’importanza, la consistenza, le potenzialità di un’organizzazione, un movimento e simili……

Sembra difficile poter toccare o vedere il valore, ma forse ne potremo constatare gli effetti proprio quando si tratta di valore “aggiunto”.

A differenza dal valore attribuibile a cose materiali, beni mobili e immobili, che pertiene agli “esperti”, potremmo rilevare qualcosa di un valore aggiunto attraverso la parola.

Attraverso la parola e le sue pieghe, si può avere testimonianza di un percorso artistico che si instaura nella vita di una persona.

Che sia pittura, musica, architettura, scultura, fisica, matematica, teatro etc… l’arte non può che intervenire ed instaurarsi come “valore aggiunto”, nel senso che “giunge al valore”.

Testimone la parola!

Riccardo Loriggiola

Musica

MUSICA

La musica non è senza parola, anche se si suona strumentalmente. Gli strumenti servono per fare musica, ma gli strumenti hanno a che fare con il dispositivo intellettuale e culturale: l’esperienza. Nella definizione in lingua inglese, strumento si scrive: instrument; sembra quasi si voglia dire che lo strumento sia in-strumentale e cioè che non abbia a che fare con il “mezzo fisico”. Molto spesso il “mezzo fisico“ implica un esercizio muscolare che poco ha in comune con la musica.

L’esercizio serve a instaurare il pragma, necessario perché si intenda che la difficoltà si attraversa solo con lo studio. Non può esserci naturalità nell’imparare a suonare uno strumento musicale. È necessario che si intraprenda una via di automazione, più che una via naturalistica, perché ci sia una trasformazione musicale. La natura viene ad avere la propria importanza nello specifico, cioè qualcosa che non si sa da dove viene ma che si avverte o si ascolta dal musicista che suona o dal bambino che vuole imparare a suonare.

La musica nell’antica Grecia infatti, non era quella che ormai noi comunemente intendiamo, ma si definiva nell’unione di tre attività: l’attuale musica, la danza e la poesia. Musica, dal greco mousikè era aggettivo derivato da Muse; le Muse sarebbero state ispiratrici di un’arte dove elementi di una cultura, in prevalenza orale, come il canto il suono, la parola e il gesto, erano unificati. Per i greci la musica aveva anche funzione educatrice, era integrata nel sistema scolastico come la matematica. Il primo astrattista greco, infatti, fu Pitagora di Samo, il famoso matematico, e a lui e seguaci viene fatta risalire l’adozione del monocordo, strumento che definì i rapporti di intervalli consonanti mediante le suddivisioni di una corda (VI sec a.C.). Aristosseno da Taranto proseguì le ricerche di Pitagora nel III sec. a.C. e la musica, essendo Aristosseno discepolo di Aristotele, prese via via una funzione sempre più educativa, appunto integrata nella formazione scolastica. Curioso come il discorso occidentale sia vicino alla filosofia aristotelica. Bisognerebbe “ educare” che assomiglia molto a “ padroneggiare”, dirigere l’allievo verso un percorso dato per già conosciuto da qualcuno, ad esempio dal Maestro. Nella notazione musicale greca arcaica e classica si usavano i nomoi segni che stavano per nuclei melodici, ma che servivano solo di riferimento, in quanto la musica del “professionista” era comunque stata tramandata dalla memoria e trasmessa oralmente. Letteralmente nomos significava norma-legge ma anche norma melodica, che in questo caso veniva interpretata ed eseguita dal musikos cioè il cittadino educato nell’arte e nella scienza. Curioso che il termine mousikè derivasse dalla composizione di Musa (mousa) e technè (arte). La battaglia per i greci era sempre quindi alla ricerca dell’armonia (ideale) tra ragione e sentimento; altre tecnica erano unite nella funzione di strumenti per tradurre l’ingovernabile, armonizzare i sentimenti altrimenti incontrollabili. Questa concezione psicologica della musica, intesa come arte in grado di influire sul comportamento morale dell’uomo, assunse per i greci i caratteri di una dottrina, la dottrina dell’ethos. Si occupava punto di armonie, cioè delle relazioni tra la musica, i particolari stati d’animo degli uomini, il movimento degli astri, ecc., ma faceva riferimento anche a ritmi strumenti. L’assunzione a dottrina aveva toccato già altre antiche civiltà musicali quali la Cina, l’India, Israele, l’Islam, ma i greci furono quelli che approfondivano maggiormente tale materia.

La modalità (da modo) delle scale trovate dai greci, si usa in musica ancora oggi, il carattere di dottrina, invece, si è un po’ perso, perché il discorso occidentale ha inteso sempre meno la musica come parte della vita dell’uomo e ha cominciato sempre più a porla fuori della vita umana, situandola o in un professionismo, o in una modalità passionale, estraendola dall’ordine della vita quotidiana. Ma la musica non può stare fuori dall’ordine, può stare solo fuori dall’ordinario, proprio per il suo carattere straordinario. L’ordine-straordinario di cui si è fatta la musica è l’aspetto più particolare e contraddittorio che si possa rilevare: è fatta di suono, ma anche di silenzio, consiste in un ordine, ma anche qualcosa che sfugge, come in un errore. Seppur moralizzando un po’ la questione, i greci avevano inteso qualcosa di questo carattere straordinario proprio della musica.

A partire dal V secolo a.C. Damone di Atene, contemporaneo e amico di Pericle, fu il primo pensatore greco a dare molta importanza alla musica; pensò che questa potesse influire sul carattere dei giovani e distinse armonia e ritmi separando i buoni dai cattivi, affinché si usassero quelli idonei a formare l’animo alla virtù e al coraggio.

Proseguì poi il pensiero di Platone soprattutto nei suoi dialoghi: La Repubblica e Le leggi. Nella Repubblica fece dire a Socrate: “Come sarà dunque questa educazione? Sembra difficile scoprirne una migliore di quella che era adottata dai nostri vecchi: la ginnastica per il corpo, la musica per l’anima”.

Così come nella ginnastica si intendevano varie pratiche sportive e premilitari, nella musica erano sempre affiancate la danza e la pratica  dello strumento. (La lira o l’aulo). Successivamente Aristotele diminuì l’interesse del suo pensiero verso le questioni educative, ma ciò nonostante in un passo importante della politica dice: “ Le materie d’insegnamento consuete sono quattro: le lettere, la ginnastica, la musica e il disegno. Le lettere e il disegno sono insegnati per la loro utilità pratica, la ginnastica perché dispone l’animo al coraggio: quanto alla musica, non c’è concordia di opinioni”.

E dopo una serie di ipotesi sul perché si insegnasse la musica… ad esempio:

“per divertimento o per riposo? Perché spinge verso la virtù? Perché mentre invita al riposo, a crescere la cultura della mente?”

Alla fine secondo Aristotele, il vantaggio, il motivo per cui si segna la musica è la catarsi. Secondo lui la musica tocca le passioni che opprimono l’uomo e avrebbe il potere di liberare l’animo dagli affanni.

Se si pensa a quest’ultima modalità di intendere la musica, sia essa suonata o  ascoltata, non può che venire in mente la New Age che avrebbe come obiettivo il raggiungimento di uno stato catartico che dovrebbe “ liberare” l’individuo dagli affanni della vita moderna. Ma quale musica nasce sotto l’influsso di una libertà? Al contrario, la scrittura musicale viene più spesso da una situazione di frustrazione, da un disagio che fatica a scriversi se non in quel modo. La parola libertà non sembra essere adatta neanche per l’ascoltatore, non si sceglie ma si ascolta. Si ascolta secondo ciò che interessa, ad esempio, oppure avvicinandosi all’intento catartico-aristotelico, si ascolta sulla spinta di una particolare emozione, a uno stato d’animo; certo non si tratta di una libera scelta! Il moto di piacere procurato dall’ascolto di una musica particolarmente adatta alll’occasione, è comunque frutto di un’esperienza che fa parte del percorso intellettuale di ciascuno.

Se non è libero un ascoltatore, figuriamoci un musicista!

Come si può immaginare, un musicista che suona cioè segue indifferentemente sia ciò che lo interessa sia ciò che non lo interessa affatto? Questo è il professionista! Dallo scacco del professionismo si esce solo se il musicista si stacca da questa fantasia introducendo qualcosa di uno specifico che lo riguarda e mettendo questo specifico in relazione con il proprio bagaglio tecno-intellettuale testimoniato dall’esperienza. Riuscirà a suonare qualsiasi cosa allora, perché lo farà a suo modo. Sono questi musicisti più riconosciuti, anche dalla critica.

Se i greci antichi avevano intuito qualcosa circa l’inserimento della musica nella formazione individuale, l’Occidente l’ha, via via ,tolta sempre più dalla vita dell’uomo, così che si hanno oggi delle separazioni in categorie più precise; chi la suona, chi la compone, chi fa solo l’esecutore, chi la produce finanziariamente, chi la critica, chi l’ascolta, si ascolta tutto, chi ascolta la musica “colta”, chi quella commerciale, e un gran numero di persone per le quali la musica è solo una perdita di tempo, per le quali non serve all’uomo e ai suoi bisogni primari, al massimo può far da sottofondo, ma non potrà far parte della loro vita.

Anche le scale musicali utilizzate testimoniano questo. L’Occidente si è stabilizzato sul sistema tonale temperato, e da lì non si è più mosso, lasciando la ricerca più alla tecnologia che alla musica. Se si ascolta un’orchestra d’archi arabo indiana invece, si ha l’impressione che ci sia meno di questa categorizzazione musicale, non solo perché usano più note di quante se ne usino in Occidente, ma anche perché la loro società sia meno evoluta attorno alla commercializzazione della musica, cominciando solo recentemente, ed è probabilmente rimasta più vicina alle tradizioni e alle prime influenze avute dai greci. Per l’Occidente moderno, lo spettacolo musicale è sempre più vicino alla visione piuttosto che alla tradizione, ne deriva un’integrazione che è in atto fin dalle prime opere rappresentate dal 500/600. Giova la musica all’immagine, al teatro e viceversa giova all’immagine la musica. Un esempio attuale di questo aspetto sono i videoclip musicali o le pubblicità televisive per cui la vendita di un prodotto musicale viene affidata all’immagine che questo prodotto porta, quindi un’immagine acustica; ma sempre di più si rileva che c’è una musica senza tempo, non in senso ritmico, ma nel senso che senza rapporto con la cronologia, sia essa  stata composta di recente o duecento anni fa. Questa musica può affiancare l’immagine ma non ne ha bisogno, in quanto già di per sé ha qualcosa che evoca l’immagine. È la musica dove si incontra e riconosce qualche tratto dello specifico dell’autore e dove il tempo non sembra influenzare giudizi critico-categorici come: vecchio-nuovo-moderno-antico,ecc. si potrebbe perciò dire agli strumentisti, ai compositori, a chi ascolta a chi produce: “ a ciascuno la propria musica” senza tempo cronologico, senza fantasie di padronanza, tenendo conto dell’esperienza e della storia!

Riccardo Loriggiola

Il gusto, il retrogusto, il disgusto

“ alcuni di quelli che sono chiamati sentimenti, sono il disgusto che introduce l’ineliminabilità dello zero nella struttura della rimozione, cioè della sintassi.”

 

 

Il gusto, il retrogusto, la degustazione…il disgusto!

 

Le stagioni portano con sé i loro frutti, e con i frutti il gusto che li caratterizza, e con il gusto i percorsi del gusto! La via del gusto va dal tartufo d’Alba, al riso di .., alla zucca, alle rane fritte, per non parlare dei vini, chi più ne ha più ne metta. Queste prelibatezze si infilano dappertutto, nelle sagre, nelle rievocazioni storiche soprattutto medioevali, con  musiche medioevali (!) , nelle feste del patrono, …baluardi delle identità regionali. Identità sempre più specifiche, fino alla festa del “corso” 200mt di via che ogni anno apre alla cittadinanza, con i giochi per i bambini, la rievocazione storica, i negozi aperti, le zucche e le specialità. Offerte di degustazioni, cioè sai già quale sarà il gusto e perciò ognuno si sperimenta in novità: spezie, mescolanze agrodolci, contaminazioni culturali, ecc, oppure purismi cibi cotti come “una volta” forni a legna, pignatte di terracotta, ecc, ecc.

Cultura del gusto come rimedio, un acquietamento del disadattamento. Droga “buona” anzi gustosa, che il sistema fornisce per l’impossibile gestione del disagio. Padronanza sostenuta dal ricordo della volta precedente, è un sapere sul viaggio. La sensazione diventa sentimento quando è erotizzata, quando è un pre-gusto. Pregustarsi immaginariamente il viaggio che poi abbisogna di amici ai quali far vedere le foto artistiche, originali, particolari. “sono stato a timbuctù””hai fatto le foto?” ritornelli della comunicazione. Inviti culturali promettono eventi e copywrighter ormai sfiancati si sperticano: “arricchisci il tuo passato e vieni alla presentazione…” non più la pubblicità dei detersivi consuma la creatività, ma l’evento culturale oppure il messaggio politico:

“per uscire dall’empasse sono necessarie ricette dai sapori forti!”

 Per fortuna le parole non arrossiscono (Quaderni di Serafino Gubbio Operatore. LuigiPirandello)

Il linguaggio del cibo si trasferisce nel linguaggio della politica, i sapori forti ti indicheranno quali sacrifici dovrai fare, una specie di degustazione.

roberta coletti

 

Volontà di bene

VOLONTA’ DI BENE

 

Il discorso  isterico dà il là per essere ben voluto, dà l’avvio alla volontà di bene per  una questione con l’autorità.

Non si tratta di seduzione, l’insegnante, il maestro non viene sedotto, riguarda la suggestione, suggerisce, fa la musa ispiratrice.

La suggestione è un effetto del sapere, è l’effetto di seduzione del significante, dell’uno.

“La suggestione esige la responsabilità, già il discorso isterico indica l’inesistenza di un soggetto suggestionabile, pur avanzando una suggestionabilità parodistica. Chi insiste sulla suggestione? Chi la inscena, ne fa la parodia, la caricatura, la commedia a volte? E’l’isteria. Soltanto l’isteria lo fa per sospendere il buon senso, che si fonda, di solito, sulla suggestione.

Teorema della suggestione: non c’è più trasporto, ossia non c’è un soggetto della volontà. Quindi anche della volontà di bene, a suggerire è il nome”. A. Verdiglione

Il discorso isterico parla senza aver studiato, dato che predilige il senso non il sapere. Nell’originario, dove le cose vanno indagate, questa audacia indica che non c’è bisogno di sapere per parlare, nella rappresentazione questa audacia è una comodità, un modo per evitare la difficoltà.

A fin di bene un insegnate consentirebbe all’allievo di tenere aperto il libro durante l’interrogazione, ma non è un elezione, neppure elezione al negativo come per esempio il popolo ebraico. Eletto per il discorso isterico è a fin di bene, pensa che l’insegnate gli voglia bene.

L’ipotesi è che sia uno scivolamento dal riconoscimento che esige il padre, non viene dall’altro.

“Il riconoscimento è nella struttura della sintassi ed è riconoscimento del lapsus, il lapsus introduce l’equivoco, è lo sbaglio di conto…cosa comporta questo? Il padre come nome funziona” A. Verdiglione

Nessuna rappresentazione di un padre nella volontà di bene, sarebbe un padre maternizzato.

“L’odio si acquista così mediante le buone opere, come le triste” e chi riceve ingiuria su ingiuria pensa di vendicarsi. Il dente perdente.” N. Macchiavelli

L’errore tecnico che segue alla volontà di bene è la spiegazione. Nell’intevento clinico c’è una audacia che dà valore cifrematica a quel significante. Questa è la semplicità. E’ il cifrante a doversi interrogare.

C’è, per esempio, chi fa l’insegnate per costruirsi dei genitori ideali, perché quelli che ha avuto non vanno bene,  sopperirebbe con un’idealità a fin di bene, sarebbe per qualcuno, magari degli allievi, maestro, sorella, fratello, cuoca, governate, ecc. salvo poi quando c’è chi se ne va, sentirsi abbandonato, ma se un collaboratore lascia, vuol dire che il dispositivo non si era instaurato. La tenuta è la mano intellettuale, non si tiene qualcuno per amore.

La volontà di bene è in alternativa all’impresa, che non si fa per amore, l’impresa è questione di cervello.

“tu puoi fare qualunque cosa tranne licenziare qualcuno per motivi dell’introduzione dei nuovi metodi, perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia.” Adriano Olivetti p 41 , 45 Ai lavoratori edizioni di Comunità

 

 

Nel riciclo anche il presunto scarto va nobilitato, non buttato, ma trasformato, valorizzato rimesso in uso, integrato non a fin di bene, ma per restituzione. Il resto si trasforma, non è più spreco e non va buttato via. Chi può dire che il suo viaggio sia finito dopo l’uso sociale, cioè conformista, consumista? I contenitori delle uova di quaglia diventano casette per gli uccellini, il nastro delle musicassette inutilizzabili, lavorato a tricot, una tovaglia, le musicassette sedie o portariviste.

La volontà di bene diventa volontà di benessere anche nella variante del consumo.

“ L’indomani dell’attentato terroristico dell’11 settembre Gorge W. Bush, invitando gli americani a superare il trauma e a ritornare alla normalità non trovò di meglio da dire che “ritornate a fare shopping” .” La ricchezza di pochi avvantaggia tutti. Falso. Zigmunt Bauman pg 62 e pg 90 “le cose destinate al consumo conservano la loro utilità per i consumatori – loro unica e sola ragion d’essere- fin tanto che rimane intatta la loro capacità di dare piacere e non un minuto in più. Non c’è da giurare fedeltà alle merci che si comprano in un negozio: non c’è da promettere e tanto meno da assumere l’obbligo di permettere loro di ingombrare lo spazio vitale un momento dopo che i piaceri e gli agi che offrono si sono esauriti. Arrecare i piaceri e gli agi promessi è l’unico impiego delle merci acquistate; una volta che non offrano o non forniscano più quei piaceri e quegli agi, o una volta che sia stata individuata una possibilità di ottenere maggiore soddisfazione o una migliore qualità della soddisfazione altrove dai loro possessori/utenti, esse possono essere eliminate e sostituite, come di fatto avviene di solito.

E tutto l’imballaggio come finirà il suo viaggio una volta privato del suo prodotto per il benessere?

roberta coletti

Sintomo

La lettura del sintomo come pena sarebbe la padronanza. Il sintomo non è riportare all’ordine: stai facendo qualcosa di sessuale” altrimenti l’anoressia sarebbe intesa come incapacità.

La lettura del sintomo come pena sottolinea la padronanza.

Cercare la causa è come andare indietro, se si va indietro è un approccio morale se si articola si va in avanti. La fantasia è indispensabile nella vita, non è esente da arte, un pezzo di spago non è lontano dal mal di pancia. Qual è la costellazione linguistica collegata ad un mal di pancia? Spesso interviene nella costellazione linguistica in cui c’è lo spago: paura come spago, strizza, tesa come una corda, ecc. C’è un’analisi linguistica che comincia con un pezzo di spago, qual è la connessione? Occorre allestire il rebus, il rebus è in avanti. Il pezzo di spago non è la causa, la materia della parola non si presta a far da causa.

La questione è linguistica, c’è un dizionario, c’è un’idiomatica che è una lingua, la costellazione linguistica non è proprio casuale.

Il sintomo reintroduce in modo parodistico l’autorità che è inspiegabile, è il controsenso, il buon senso non è l’autorità. La responsabilità come contrappunto è una condizione per la funzione di nome.

Rappresentarsi come malati è una fantasia rispetto al figlio.

La giornata prende corpo se si intende il processo di sostituzione che è in corso.  Il corpo non si può imbrogliare.

Il sintomo indicherebbe l’autorità “smetti di sottoporti alla legge materna prenditi la responsabilità, l’autorità, devi avere sempre uno che ti dice come fare?”

Il sintomo è la condizione: questo sé non corrisponde a me.

Per controsenso parla l’isterica .

Non possiamo dire che il corpo sia nostro, fa parte della nozione di sacro, non è di nostra proprietà, occorre una cura, la cura è questione di tempo, il corpo è il percorso culturale, non l’abbiamo scelto è un’ironia della sorte, è un animale fantastico, dopo il decesso non ci appartiene. Preso realisticamente è come se fosse la casa –prigione.

Per elaborare un sintomo occorre sospendere il circuito, si deve arrivare a una teorematica: “Non c’è più qualcosa di cui questo sintomo dice qualcosa.”

Il sintomo è spia non traducibile organicisticamente, non si può tradurre metonimicamente e metaforicamente. Sapere da dove viene ha un valore nullo, cercare una costruzione che spieghi non serve, occorre una costruzione teorematica.

Parlando si aggiungono altri effetti di senso, ma se ne fa una causa è la malattia, se non ne fa una causa vanno e vengono. L’inconscio si ribella agli scongiuri.

I sintomi indicano la responsabilità, c’è un’isteria nella struttura.

“non c’è inconscio se il parlante sa quel che dice. L’inconscio dice dell’inesistenza della sostanza.”

La vita psichica è colma di pensieri efficaci sebbene inconsci e che da questi pensieri provengono i sintomi. Atti mancati, lapsus, ecc sono equivalenti ai sintomi per la loro struttura di compromesso e la loro funzione di appagamento del desiderio”. Freud

“Il sintomo è il ritorno per via di sostituzione significante di quel che è all’estremo della pulsione come sua meta. “ Lacan

 

Sintomo = accento sulla crescita, sembianza rispetto alla paura

Roberta Coletti

 

La chance

 

Nelle fiabe di Andersen la trasformazione dei personaggi è legata all’idea di una successione temporale fra un prima e un dopo: il brutto anatroccolo prima è brutto e poi diventa un bel cigno, scarpette rosse era povera e poi diventa una bambina ricca, ecc. Questo personaggio in evoluzione è una fantasma comune di mantenimento dell’origine, con un prima e un dopo, con causa-effetto messi in relazione, come se si potesse accedere al prima, a una cosa creduta vera, reale, che è accaduta come la ricordiamo. Il fatto, chiamato comunemente “oggettivo”, è un falso ricordo: “Ciò che è proprio del ricordo è ciò che non è mai stato e se può essere idealmente assunto dalla rappresentazione, il ricordo, è solo perché sta agganciato al fantasma di origine.” A.Verdiglione (conf. Auctoritas,  voluntas, opportunitas 5.09.09).

Un papà chiede a uno psicanalista di trasformare suo figlio da “scellerato” in bravo ragazzo, come gli altri fratelli. Sa che anche questo ragazzo ha chance e talenti, se pur al momento nascosti, potenziali e può migliorare. Credere di migliorare e migliorarsi è un fantasma di origine, “ero e adesso sono”, un’idea di sé come sopravissuto al labirinto e giunto in  paradiso. Come se in un itinerario d’analisi non si tratti di trovare il modo di sperare, il modo di pensare, il modo di fare, il modo di scrivere, ma di affrontare “faccende personali” e che questo porti  a  effetti soggettivi.

Il disagio ha la chance di un itinerario intellettuale se ammette il preambolo,  non c’è più perché non è mai stato. Nessun rimedio o toccasana, o ancora di salvezza, oppure ultima spiaggia, per un presunto soggetto del disagio e per un nuovo soggetto “risanato”, una volta  tolta la parola, attraverso una rappresentazione del negativo, che si purifichi in una rappresentazione del positivo. Nel fantasma della relazione causa-effetto, la chance è creduta quella di una trasformazione del negativo in positivo, non positivo negativo come chance. Come se il brutto anatroccolo diventasse un cigno, ma cigno lo era già, è “diventato” ciò che era.

Cercare l’origine, è anche un modo per evitare la responsabilità che è della parola, ma creduta del soggetto. L’analista soggetto  distribuisce sapere  dispensando  cause, nella credenza che l’analisi sia una cura e pertanto come cura, fallita. La credenza in una continuità della storia produce personaggi in evoluzione.  Molti romanzi confezionati per diventare dei best seller, incominciano con un evento traumatico che funge da origine del personaggio. Ma trauma è il modo di avvertire il tempo.

“Il trauma è lacerazione, ferita, quindi l’impossibile senso del tempo. E’ la proprietà del tempo in quanto esso non può essere  né sentito, né percepito, tanto meno pensato” .A.Verdiglione (Edipo e Cristo pag.194)

Credere realisticamente al fatto come origine o causa da ricordare è un modo per mantenere la storia fuori della parola. Questa la morte della parola: “guardiamo i fatti”.  Il fatto si costituisce solo attraverso il bisogno del ricordo, ma se lo ricordo che fatto è? Il ricordo come costruzione di copertura, come fantasma, mette in discussione l’esistenza del fatto.

Ricordare quel che c’è da fare nei minimi particolari costituisce un programma sotto dettatura del ricordo, quindi del fatto come fantasma, per paura del godimento, paura di trovare qualcosa che non ci si aspetta.

Se si assume un compito come compito di salvezza, ci si trova a sacrificare il tempo, a riempirlo geometricamente e il profitto risulta l’esito dall’approvazione, della prova come causa finale. Differente il profitto che si incontra come proprietà della scrittura pragmatica a seguito della sorpresa.

“Il profitto è ciò che resta di quel che si fa secondo l’occorrenza…non è la ricompensa, non sorge in una compensazione.” A. Verdiglione (L’economia, la finanza, il profitto. SR 1999)

Capita che un bambino arrivi non programmato, forse i genitori si credono troppo giovani. Se questo evento costituisce il fatto dal quale far procedere in successione gli avvenimenti, la mamma resterà figlia, ovvero resta in un’idea di sé, senza interrogarsi intorno alla questione donna, mantenendo l’ideale di divenire donna, ovvero animale fantastico, attraverso l’incarnazione fantasmatica della madre, magari di colei che ha salvato il figlio dall’aborto. Senza chance di incontrare la questione donna come la questione della struttura della parola e dell’industria della parola, e la questione femminile che è divenire artista.

E il papà, a sua volta, crederà di essere lui il padre per via genealogica, evitando così di porsi la questione della famiglia come traccia, credendo che la sua famiglia venga da quel fatto ritenuto accettato, scelto e quindi che sarebbe possibile non accettare e non  scegliere. Credere che il fare sia sottoposto alla volontà è credere anche di aver potuto fare un’altra scelta, magari come pretesto per fondare un credito. Le cose non vengono né prematuramente, né tardivamente, ma come elementi della fiaba contribuiscono all’originario. Ero in un modo e adesso sono migliore o peggiore, vale a negare l’integrazione come proprietà della direzione. Il miglioramento, è un’ideologia che non ammette le virtù dell’Altro e del tempo.

La nascita, nell’originario, è una sostituzione propria alla rimozione nell’atto di parola. Se l’approccio alla vita non è intellettuale, la nascita diventa un fantasma di origine “da quando è accaduto questo o quel avvenimento….”.

Dalle circostanze della vita che non si scelgono occorre farne un punto di forza. Differentemente, cercare di correggere la sorte è un tentativo di purificare l’origine.

La legge italiana consente di usare, oltre al cognome del padre, quello della madre. C’è chi, ingenuamente, crede che sia la legalizzazione di fantasie genealogiche.

Un uomo ha solo un nipote che porta il suo cognome, ma più di un nipote con il cognome dei mariti delle figlie. Il ragazzo incappa in una storia di spaccio di droga e viene arrestato. Il nonno è infuriato: l’erede è un criminale, ha insozzato il suo nome. Ma ecco la soluzione: una figlia, separata dal marito, ritiene di aver cresciuto da sola i suoi due figli maschi e di meritare che costoro portino il suo cognome, e, dato che è pure quello del nonno, la genealogia sarebbe purificata!

L’idea di un passaggio dal negativo al positivo presuppone un sapere sul negativo e sul positivo, quindi la loro negazione. Ma il negativo e il positivo sono innegabili, in nessun modo situabili agli estremi di una linea. L’idea di miglioramento, di maturazione, presuppone una linea e una progressione fino al raggiungimento di un punto finale, come  se il viaggio della vita fosse un andare dall’indietro in avanti. Ma l’esperienza e l’evento, fanno del viaggiatore un viandante senza localismi, che non gira la testa indietro. Sapere da dove vengono le cose è uno spreco. Andare indietro è un approccio morale che istituisce la linea, l’articolazione segue la procedura senza linea Il fantasma di padronanza non ha chance. Se il  positivo sta davanti, è sempre un’idea di soluzione: non c’è più questionamento, la questione sparisce. Al suo posto c’è un sentirsi, un sentirsi bene o male per qualcosa, ma è sempre un sentimento di sé, una conoscenza di sé.

“Ciò che era è la logica. Eredità, particolarità. Di ciò che era è impossibile ricordarsi, impossibile avere conoscenza.” A:Verdiglione (Edipo e Cristo pag.)

Se dio cessasse di operare non ci sarebbe la chance, man mano che le cose si fanno comportano la chance, ma le cose da fare non sono pensabili o allineabili.  Fare dei propri enunciati guide per  vita, non è accogliere la chance.

GIOIE DELLA FAMIGLIA  (Giovanni Papini)

Avete mai osservato che i grandi uomini, quasi tutti, furono infelicissimi per colpa di qualcuno della famiglia?

A enumerarli tutti ci sarebbe da riempire un volume: ricorderò i primi che mi vengono a mente. La vita d’Augusto fu amareggiata dalla indegna condotta d’una figliola; Carlomagno ebbe i maggiori dispiaceri dalle figlie; Tetrarca ebbe un figliolo scioperato e vizioso che gli procurò soltanto dolori; il Cardano n’ebbe uno talmente perverso che fu costretto a denunziarlo alla giustizia; il povero Michelangiolo fu perseguitato e angariato tutta la vita prima dai fratelli eppoi dal nipote; Napoleone ebbe noie gravi dai fratelli e dalle sorelle; Beethoven fu vittima, i può dire d’un nipote scervellato; Dostojewski dovette faticare  e soffrire anni e anni per pagar ei debiti del fratello e per mantenere la cognata e il nipote; Victor Hugo ebbe quattro figlioli e ne vide sparir tre: Adele, che morì annegata, Carlo che morì all’improvviso, Francesco che morì tisico. L’unica che sopravvisse al padre  Leopoldina, era pazza… E non ho ricordato i santi: San Francesco osteggiato e umiliato dal padre; San Tommaso contrariato e sequestrato dalla madre e dai fratelli. Sembra quasi che il genio debba scontare la sua superiorità colle sventure e le vessazioni domestiche. Disegno della Provvidenza o espiazione immanente della grandezza?

DIFETTI CAUSA DI GRANDEZZA

Il cieco Tiresia era il più veggente dei greci. Il brutto Socrate parlò della bellezza meglio di tutti. L’eunuco Saadi contò l’amore con più dolcezza di qualunque poeta persiano. Il sordo Beethoven creò la più meravigliosa musica. L’organo, dice la scienza, crea la funzione. O non sarebbe vero piuttosto il contrario: la mancanza?

roberta coletti

 

 

 

 

Vendita


 

Molte fantasie e pregiudizi si accompagnano all’idea della vendita: “non sono adatto alla vendita, non è cosa per me”.

Se dico di non essere tagliato vuol dire che porto il segno del limite, se credo invece di essere tagliato perché la mia famiglia è una famiglia genealogica di venditori e sono prigioniero di questo, lo farò all’insegna dell’abitudine, se credo che evitando la vendita eviterò qualcosa di negativo, il negativo che credevo di evitare ritornerà sulla scelta fatta.

La vendita è un aspetto interessantissimo della giornata e non riguarda solo i cosiddetti venditori, coloro che riuscirebbero a vendere un frigorifero ad un eschimese, o peggio una multiproprietà fasulla.

La vendita è un atto di parola che punta alla soddisfazione e al compimento, al vendita è così importante perché è la base della comunicazione, comunichiamo le cose che facciamo e le vendiamo.

Tocca ciascuno di noi, non esiste impresa senza vendita. La manualistica parla di tecniche influenzanti e di nuovi sistemi per far sì che il cliente dica di sì, ma più incalzano strategie costrittive più l’effetto sarà che il cliente si difenderà.

Una signora di ottantenni è stata così fortunata da vincere un motorino, certo doveva acquistare un numero spropositato di bottiglie di vino, e che dire della straordinaria occasione di cambiare i mobili della casa telefonicamente, proprio alle due del pomeriggio, proprio quando ci si riposa?

Noi sappiamo che non c’è soggetto prima della parola, io non sono io prima di ciò che dico, o meglio sono effettuato dalla parola, che è anche ciò che non dico.

Facciamo un esempio. Per la mia micia, che non parla, difatti diciamo che le manca solo la parola, il libro che ho sulla scrivania è un comodo divanetto sul quale posizionarsi per impedirmi di studiare a favore della pet terapy, la Divina Commedia, non è già la Divina Commedia.

C’è dunque un oggetto della parola che avvertiamo nella sua indicibilità totale e esaustiva e chi ascolta intende nella propria lingua.

Cosa vendo quando parlo? Di quale oggetto sto parlando?

Mi accorgo che qualche cosa di insituabile, imprendibile non è alla mai portata e quindi il messaggio non è rivolto al cliente, ma alla qualità. Il prodotto sta, per così dire, oltre alla vendita, oltre alla conclusione, al piacere.

Nessun venditore vende realisticamente un paio di orecchini ad una signora, ma la luce che le danno, l’immagine riflessa nello specchio, tanto più si avvicina all’idea del volto luminoso, tanto più la vendita giungerà ad una conclusione.

Posso immaginare un paio di orecchini, ma non quell’oggetto che causerà il desiderio. Oggetto come punto vuoto, che non evoca la nozione di cosa, di oggetto manipolabile e prendibile.

La nozione di oggetto è considerata in psicanalisi come ciò di cui la pulsione cerca di raggiungere la sua meta, cioè un certo tipo di soddisfacimento, pur non raggiungendolo mai.

Non c’è oggetto in quanto tale, ma oggetto che causa il desiderio e il godimento nel senso di uso, non di possesso.

L’oggetto è ciò che è meno determinato costituzionalmente e spesso è contrassegnato da tratti individuali, è determinato dalla storia di ciascuno.

L’idea di oggetto è la prospettiva, il punto di fuga, l’ombelico del sogno.

La psicanalisi ci insegna che l’elemento insostituibile attivo nell’inconscio si manifesta spesso attraverso la scomposizione di una serie infinita, infinita perché ogni surrogato fa appunto sentire la mancanza del soddisfacimento agognato.”  S.Freud

Potremmo dire umoristicamente che lo shopping procede da qui.

Ciascuno di noi non può sapere quali siano gli effetti dell’incontro che si accinge a fare, perché tra noi c’è un terzo, un oggetto che fa si che la vendita non sia più legata alla magia, al saperci fare, alla specularità, non è possibile mettersi nei panni di qualcuno.

La conversazione non potrà essere guidata da schemi conformistici, dai target di mercato, perché uno torni nello stesso posto è perché quel posto gli consente di respirare, di arricchirsi, di acquistare delle cose. Non si sa perché si torna in quel posto dove si è fatto un gesto che non si era mai fatto prima.

Nella vendita si tiene presente che la questione è quello della straniero, non c’è nessuna specularità da fare, c’è un gioco, devo capire fino a dove posso spingermi, c’è un passo in quel che dico che non è misurabile, questa è la frontiera. Per esempio, anche se vorrei sapere la disponibilità finanziaria del cliente non posso chiederglielo, oppure promuovo qualcosa intorno al cibo e costui è a dieta. C’è un piede che dice su cosa si può poggiare l’accento.

Questo è l’aspetto della vendita che riguarda il tempo: frontiera, cioè passo non misurabile, fin dove? E piede, il limite, cioè su dove poggia l’accento.

Occorre umiltà, ovvero l’ascolto, non la modestia. L’umiltà dell’ascolto per capire fin dove si può spingere l’influenza.

In questo senso il venditore deve essere preparato, deve capire che sono in gioco il compimento e la soddisfazione, la vendita non poggia sul finito, non c’è uno soddisfatto e uno insoddisfatto.

Non basta conoscere bene il prodotto, anche se la competenza è indispensabile per partire, poiché consente di narrare intorno al prodotto. Anche un genitore se racconta vende, se invece impartisce principi in ragione del fatto che lui è il genitore non venderà mai.

L’ospite è una novità, se l’albergatore punta al cassetto e si affida ai conformismi del target lo aggredirà cercando di togliere la stranianza, la novità, classificandolo, magari farà i conti di come si veste, farà il target del cliente, ma se vuole instaurare una conversazione che punti all’infinito, allora accoglierà lo straniero nel candidato futuro cliente.

C’è un viaggio, vacanza, lavoro, nulla di visibile e di popolare, il viaggio è nell’incontro dove l’ospite non è mai noto.

Il venditore rimane in ombra, è l’acquirente che dice. “Ok lei mi ha convinto”.

Il venditore se crede di poter influenzare e gestire si mette al posto del cliente, come se costui fosse lo specchio, se pensa di poterlo plagiare avrà paura che se ne accorga e avrà paura dell’incontro o se pensa di vendere qualcosa che non serve avrà paura del rifiuto.

Turista è chi non crede ad un’origine: “Qui siete e qui dovete restare.” Il turismo è dove ci sono le istanze di acquisto e di vendita, viaggiatore è colui che sta secondo la particolarità, senza genealogia. L’ospite non è mai noto.

roberta coletti

 

 

 

Ricordo, memoria

Un amico, dal deserto del Marocco, scrive dopo molti anni di assenza: “Se mai anche tu fossi caduta nella rete mediatica, ecco la mia mail. Chiede: “Non è che per caso conosci un sistema, un’escamotage per limitare la memoria? Penso a periodi irripetibili della mia vita e perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia.”

Intercessione, al suo sparire, una fotografia, la sua bambina, di cinque anni e bellissima, un rimpianto, tanti ricordi di altre sue bambine ormai adulte e madri salutate in Italia, ma mai dimenticate.

Quante volte un nostalgico rimpianto pervade la giornata, non sempre il programma distoglie… quella volta, quel dettaglio, un profumo, una canzone, una assenza difficile.

Pericolosi ricordi, un bilancio di negatività, non sono stato un buon padre, non sono stata una buona madre, riesce il ricordo? O ha qualcosa del phatos, del patetico, del sentimentale, del soggettivo? Arroccarsi nei ricordi per non fare nessuna ricerca, per non combattere, e ci si trova avvitati su noi stessi.

La costellazione del ricordo ha con sé la rimemorazione, la memorazione, la rimembranza, ma c’è memoria?

 

“Ai miei tempi era diverso,” dice qualcuno “i bambini non partecipavano alla vita degli adulti, non si intromettevano e non era concesso  loro di interferire, ai miei tempi gli adolescenti non avevano disagi erano solo scellerati, ai miei tempi c’era un’altra disciplina, ai miei tempi non c’erano tanti grilli per la testa… ai miei tempi, se non volevi studiare andavi a lavorare, era tutto molto più facile, avevamo degli ideali. Non c’erano così tante occasioni, oggi tutto appare così vicino, a portata di mano.”

“lontananze della memoria, desideri di gioventù, sogni dell’infanzia, vengono incontro in vesti grigie, come nebbie della sera, quando il sole è tramontato” Fernen

Telefono, televisione, telematica, tele = lontano in greco. Tutto ciò che è lontano, isole, città, divertimenti, paesaggi, costumi di ignote popolazioni, viene oggi verso di noi, bruciando il tempo e lo spazio della lontananza.

 

Quante storie, non c’è chi non abbia una storia da raccontare, ma se la si raccontasse, per ipotesi, senza quel senso di malattia di cuore, senza fermarsi, senza credere al luogo della memoria, senza il peso dei ricordi, senza moralismi? Non per sbaragliare o per comprendere, non per chiedere venia, ma per raccontare.

Un bambino guarda una foto, per lui bellissima, il suo papà cavalca una motocicletta rosso fuoco: “Quando avevi la moto io non ti conoscevo ancora?” C’è un papà motociclista che corre veloce, ha un fouluard intorno al collo, ha dei sogni, perché negarlo?

“Sta a noi far sì che i sogni siano percorribili” dice Luigi Pirandello.

Ciò che si trasmette è la novità, un bambino ascolta questo, la novità che c’è nel racconto, non un noioso ricordo fuori tempo, un dettaglio neofita, un’audacia, ma quel giorno in cui le carte sono state scombinate, in cui si è creduto ad un granello di sabbia, ad un passo dissidente, non omologato.

E’ la memoria che si scrive, non il ricordo, la memoria è ciò che si tramanda, nessun ricordo si tramanderà mai, l’insegnamento procede dalla memoria, non dal ricordo. Impossibile attenersi al ricordo di qualcuno, differente è la memoria come tradizione che sfocia nell’invenzione, come debordamento che sfocia nell’arte.

roberta coletti