Chi si crede maestro?

Chi si crede maestro? Chi si crede insegnate? Insegnante o maestro di sé o dell’altro. Qualcosa accade nella giornata, nella vita, che porta alla scrittura dell’esperienza, ma chi può dire il giorno o l’ora? Gesù Cristo, rabbi o maestro affida l’insegnamento alla parabola, al racconto senza enunciati o verità chiare da poter imparare e ripetere, per lui, nel testo l’insegnamento si fa teatro e la scena che si dipana nel racconto (o parabola) dei talenti o delle vergini resiste, rimane e chissà, nel giorno e nell’ora che non è dato di sapere si scriveranno. L’insegnamento come arte e invenzione porta al racconto, porta al dispositivo ed è già il racconto stesso ad entrarvi, di modo che l’insegnamento sopravviva al maestro, anzi, di modo che il maestro, tolto il soggetto professore o rabbi o maestrino che sia, si faccia esso stesso dispositivo e a distanza d’oltre un millennio possa arrivare a scriversi ancora. Chi si crede maestro? Chi si crede il maestro? Non è forse oramai possibile farne a meno? A che pro stare a ritmi, programmi e costrizioni se nel tempo, sempre più reale e scorrevole, ognuno ha libero accesso al sapere? Me insegna a me come far tutto da me, basta cercare, Google in fin dei conti ha tutte le risposte, e Google ognuno l’ha in tasca. Comodo. Senza l’occorrenza, senza il tempo, che non passa e non scorre, nessun racconto può scriversi e né la matematica né la fisica giungeranno mai alla parabola, relegate perennemente al regno dei saperi, da trasmettersi identici.

 

Elia Lazzarin