Follie e Inganni della medicina

 

Questa ricerca condotta da Petr Skrabanek e James McCormick nel 1989, prende forza dal dispositivo maestro allievo.  Nei seminari tenuti dai  due ricercatori il maestro apprende tanto quanto il presunto allievo. Il primo obiettivo, dicono, è di portare gli studenti a essere in grado di interrogare, ma ciò vale anche per il lettore affichè avvii una ricerca propria, cercando fonti di vario tipo, non accettando le mitologie mediche. Questo libro dà voce a una controverità e per tanto risulta una sfida. Tra le righe leggiamo che corpo e scena si combinano, non è separabile il corpo dalla scena. La medicina che interviene nel viaggio, in direzione della salute, riguarda il programma di vita, ovvero il fare con il tempo. Il tempo come evento non è il tempo da far “passare” per esempio tra una pillola e l’altra senza chiedersi nulla, ma è quel tempo dove il fare  si svolge nell’ incontro con un medico che si trasformerà in un dispositivo medico – paziente, ecco il tempo come il vero curante, la ricerca stessa è un cammino terapeutico, solo così un incontro con un medico può trasformarsi in un dispositivo medico-paziente, non più una coppia dove ci sarebbe chi sa della malattia e della morte e chi subisce, a volte terrorizzato!

Nel testo si prende in esame anzitutto l’effetto placebo, la prima esperienza che mette in discussione l’idea di causa-effetto. Pillole di pane, piuttosto che acqua di menta non possono essere spacciati per farmaci, ma i farmaci stessi possono essere dei placebo, nel senso che “qualcosa” passa anche attraverso ciò che non c’entra nulla con il farmaco assunto. La storia della medicina è piena di casi straordinari basati sulla convinzione arbitraria che il cambiamento dei sintomi, dopo una cura, sia necessariamente dovuto alla cura stessa. Spesso e volentieri i medici si attribuiscono l’abilità di guarire mali che invece trovano una cura nei dispositivi pragmatici avviati per il programma di vita, tra cui il dispositivo di conversazione con il medico.

Placebo = dal latino piacerò.

L’effetto placebo dovuto all’intervento del medico può essere più forte della medicina, così come  il suo entusiasmo e la fiducia del paziente, ma anche l’immaginazione. Quante volte capita di tenere in borsa o sull’armadietto un farmaco, c’è e tanto basta!

Vari esperimenti sono stati fatti. Per esempio a un certo numero di studenti lo stesso placebo viene somministrato come sedativo e a un altro numero come stimolante, gli effetti collaterali prendono la piega della significazione data. Al di là dei dubbi etici, la cosa interessante che risulta è il potere della parola. La fede nel placebo è vantaggiosa sia per il medico sia per il paziente, paragonabile alla fede religiosa che vale sia per il sacerdote sia per il fedele.  Così che, se il paziente non si sente meglio dopo una visita, il medico ha sbagliato quantomeno specializzazione! Anche “finte” operazioni danno risultati: nulla, potremmo dire, sta fuori dal racconto. Se il placebo può mimare il vero effetto farmacologico, le sostanze attive possono dipendere dalle circostanze e dalle aspettative dei pazienti, ma anche dal medico. E quanto partecipa la scena? Il dolore in battaglia per un soldato è diverso da quello di un civile, il primo avrà aspettative di ritorno a casa, il secondo di ospedalizzazione.

L’effetto placebo mina il potere del medico?

Causa-effetto è la tentazione, per esempio può essere un’astinenza a causare i sintomi, non la terapia, così come il coma diabetico può insorgere sia da troppa, che troppo poca insulina, oppure il fumo può causare il cancro, ma non sempre.

L’errore, ben sappiamo, ha una sua validità, è sempre un errore di calcolo! Per esempio gli spinaci contengono ferro 10 volte in meno di quello dichiarato, questo perché i primi ricercatori sbagliarono a mettere una virgola nel dato, ma anche sopravvalutare la fonte è un errore, è credere di sapere qual è il nome del nome, non basta che un medico sia famoso per riuscire a instaurare con lui un dispositivo, un medico che sia in una ricerca è sicuramente più interessante. Quante volte l’autorità di controllo elimina delle ricerche che poi vengono riabilitate, come per il caso Di Bella, ma una moda sostenuta da una voce autorevole difficilmente verrà scalzata. Occorre sempre indagare sulle fonti e sui dati oltre che imparare a leggerli e interpretarli. Un sintomo, una malattia possono diventare un’occasione per incontrare un’altra cura in direzione della salute.

Nel secolo scorso e all’inizio del ‘900 andava di moda spiegare una gran quantità di malattie con la parola tensione: tensione cardiaca, oculare, ecc. In seguito la parola tensione fu rimpiazzata dalla parola stress intesa come sindrome generale di adattamento, ma stress tradotto vuol dire tensione. Ma la vita stessa è tensione, le cose non nascono dall’idealità.

La medicina si avvale della statistica, potremmo dire la medicina è statistica? Si è portati a identificare ciò che è significativo dal punto di vista statistico con ciò che è importante dal punto di vista medico, senza contare che le statistiche sono interpretabili, non è raro che vengano utilizzate a sostegno di tesi pre esistenti, occorre come sempre farne una lettura, ma la materia della parola sfugge e c’è chi ne aprofitta credendo di poterla gestire a suo piacimento e così  l’imperizia viene chiamata curva di apprendimento. Ma il “bravo” medico non sbaglia e attribuisce i suoi errori a informazioni incomplete se non addirittura al nulla, alle fantasie di padronanza, nella scienza gli errori sono inevitabili, poichè la scienza non si fonda sulle congetture del protocollo e sulle ipotesi accettate dal sistema, ma sull’esperienza di parola libera e sul disturbo della memoria che porta all’arte e all’invenzione;  ma: “un’autorità non deve sbagliare o, se lo fa, i suoi stessi errori vengono coperti per continuare a tenere alta l’idea stessa di autorità.”

Anche per il medico e per le sue diagnosi c’è un aspetto di negazione della logica inconscia, il medico tenderà per esempio a giustificare le sue abitudini “insane” o se ha fatto sua un’idea purista, pur sapendo che l’esperienza personale non può sostituire la ricerca, la raccolta dei dati, ecc. Per l’efficacia della cura occorre attraversare le fantasie della possibilità da parte del medico di “agire” il suo sapere, il suo presunto potere e l’autorità che crede propria; e da parte del paziente elaborare le fantasie rispetto a un’idea di sé come malato.

Tutto ciò non è automatico, la rappresentazione, la descrizione di un sintomo per esempio è sempre una delega al medico, per quanto sia difficilissimo da descrivere, si attende da lui una qualche “significazione” che a volte è ciò che spinge a rivolgersi al medico più del dolore vero. Che sollievo sentire: “è solo un piccolo stiramento, l’artrite non c’entra niente”, però anche i tornaconti della malattia sono protagonisti! Se credersi malato consente di sfuggire al fare, perché guarire? Il medico che guarisce ma toglie un’identità, per esempio rispetto a una malattia presunta cronica, non sarà sempre osannato!

Le cose cambiano quando le diagnosi sono psichiatriche poiché vengono fatte a partire, non da esami di laboratorio, ma da comportamenti cosiddetti deviati, presunti involontari per quanto riguarda la follia e volontari per la malvagità, il più delle volte seguono un moralismo. Ironicamente: “se parli con dio vuol dire che stai pregando, se dio parla con te sei schizofrenico” ma dato che un forte disagio non è necessariamente una malattia, ci si rivolge alle etichette che spesso si avvalgono della lingua greca: es tanatofobia = paura della morte, fino all’aptarmosis = incapacità di sternutire che veniva curata con l’elettroshock. Un modo quello delle etichette come condizione necessaria per riferire il disturbo dell’esperienza, la particolarità dell’esperienza alla medicina. Se tutto ciò ha come fantasia l’idea di evitare la morte non è detto che la medicina preventiva, promettendo questo, alleggerisca le preoccupazioni, spesso esami diagnostici possono peggiorare la qualità della vita. Oggi si parla molto dell’importanza di cambiare il cosidetto “stile di vita” ma questo è un processo culturale lento e le cose si fanno per assenza di alternativa, ciò avviene perchè qualcosa nel programma di vita è cambiato o diventa urgente, per ciascuno la rotta, il viaggio è differente, un acciacco, un infarto, un tumore non è mai lo stesso e questo si evince dalla testimonianza di Skrobanek e di Mc Cormick, che non è un pensiero filosofico, ma il risultato di una ricerca.

Se corpo e scena si combinano, non si tratta di analizzare pezzi di corpo in sé: mammelle, colli dell’utero con tecniche di presunta salvezza, che data la quantità di falsi positivi o negativi arriva fino a asportazioni preventive, di “sicurezza”, senza occuparsi dei “danni psicologici” ossia che il fantasma di salvezza possa passare all’azione. Non basta non avere più quel pezzo potenzialmente esposto a una variazione incontrollabile, per non pensare più al tumore e alla morte. False promesse, la medicina si è sempre occupata di malattia e di recente anche di salute, ma che salute è quella di un viaggio senza debordamento, senza variazioni, senza tensione, senza stress? Va in scacco la presunzione che esista un luogo, una genealogia purificati senza contaminazione né interferenza, dove ogni elemento sia fisso e non si intersechi con altri. Noi dimoriamo nel terreno del fare con il tempo, quindi senza purezza, senza salvezza, nell’intersezione di qualcosa che varia e qualcosa che funziona, sull’onda di qualcosa che punta a scriversi in modo unico per ciascuno.

Tra le righe di questo libro si ascolta un’impossibilità di significare la malattia una volta per tutte, oppure quando sembra così ci si addentra comunque in un labirinto. La ricerca non finisce ed è ciò che attesta come non ci sia malattia in senso comune, ma la paura della fine sia la vera malattia, che possiamo definire la vera “malattia mentale”, sulla cui credenza poggia la soggezione, la sudditanza, il vittimismo.

 

 

Roberta Coletti

I maestri iniziatori

«Il maestro è il grande dispensatore di luce – chi dunque è l’asino?»

(da “Incontri con uomini straordinari” di G. I. Gurdjieff)

 

 

Ho chiesto a un’amica studiosa di matematica a che cosa pensasse al suono della parola frattali.

La sua risposta è stata: la perfezione che si ripete all’infinito.

Questa risposta mi ha subito fatto venire in mente la figura di un maestro iniziatore, quello che oggi qualcuno chiamerebbe “guru” per essere più alla moda.

Un maestro iniziatore è colui che rivela una verità ai propri discepoli con la speranza che costoro la rivelino a loro volta nel tempo, in un ideale di racconto, sempre uguale, della verità, perpetuato all’infinito.

Se pensiamo che questo sia un qualcosa di antico, magari solo legato alle religioni, ci stiamo sbagliando di grosso.

Oggi più che mai i maestri iniziatori sono tra noi.

Siamo nell’epoca dei nuovi culti, in cui persone qualunque, o per usare un epiteto ancor più deciso, persone qualsiasi si autoproclamano maestri e folle di seguaci (non è poi questa la traduzione letterale dell’inglese “follower”?) li ascoltano. O almeno, credono di farlo.

Ci sono i maestri della rinascita, coloro i quali hanno visto la morte, in senso lato sia essa la morte del corpo, della moralità, dei principi, della parola, dell’intelletto e rinascono per raccontarla a chi vuole diventare discepolo.

Basti pensare a grandi sportivi che scrivono autobiografie in cui il racconto dello sport è laterale se confrontato con il racconto delle loro vite tristi, infami, di stenti, di morte e rinascita appunto, una rinascita avvenuta con la consacrazione a “dio dello sport”, raffigurazione terrena del dio sportivo.

Oppure a chi fa successo nei media raccontando una storia di morte attraverso la droga, la malavita, un passato oscuro e cupo, che però è servito per essere qui oggi a raccontare a voi discepoli nel tempio una grande storia di vita nuova.

«Io so. Io ho visto la morte in faccia e sono qui oggi per raccontarvela.»

Questo è il messaggio che arriva dai maestri iniziatori.

Ci sono i maestri che mettono in guardia dalla morte, non l’hanno vissuta ma conoscono chi ci è rimasto sotto, e che spingono i seguaci verso la purificazione come unica via.

E sono ad esempio, i guru del cibo.

«Se non vuoi morire, devi mangiare solo verdure. No, solo frutta. No, solo sushi!»

E dietro a ruota, sciami di discepoli a proclamare un uomo o una donna qualsiasi, il detentore della verità, colui o colei che conosce la risposta a tutti i mali del corpo, che bonificherà i nostri corpi.

Ogni credo alimentare racconta l’unica via verso la salvezza. E verso l’immortalità, che non è più dell’anima, ma del corpo.

Insomma, le razze del maestro iniziatore e dei discepoli iniziati si stanno moltiplicando sempre di più nel nostro pianeta.

Nell’epoca in cui gli esseri umani hanno, quasi totalmente, libero accesso al sapere, ci piace ritornare a comportamenti ancestrali e seguire ciecamente chi ha in tasca la Rivelazione, con la R maiuscola.

Sia essa rivelazione sui benefici della zucchina cruda, o sul capo d’abbigliamento più di tendenza.

Mi piace pensare che in queste circostanze, il padre di Gurdjieff, concluderebbe la riflessione con una delle sue “famose” sentenze: la tonaca sta lì per nascondere l’imbecille.

 

Elena Ditadi