Archivi categoria: recensioni

Follie e Inganni della medicina

 

Questa ricerca condotta da Petr Skrabanek e James McCormick nel 1989, prende forza dal dispositivo maestro allievo.  Nei seminari tenuti dai  due ricercatori il maestro apprende tanto quanto il presunto allievo. Il primo obiettivo, dicono, è di portare gli studenti a essere in grado di interrogare, ma ciò vale anche per il lettore affichè avvii una ricerca propria, cercando fonti di vario tipo, non accettando le mitologie mediche. Questo libro dà voce a una controverità e per tanto risulta una sfida. Tra le righe leggiamo che corpo e scena si combinano, non è separabile il corpo dalla scena. La medicina che interviene nel viaggio, in direzione della salute, riguarda il programma di vita, ovvero il fare con il tempo. Il tempo come evento non è il tempo da far “passare” per esempio tra una pillola e l’altra senza chiedersi nulla, ma è quel tempo dove il fare  si svolge nell’ incontro con un medico che si trasformerà in un dispositivo medico – paziente, ecco il tempo come il vero curante, la ricerca stessa è un cammino terapeutico, solo così un incontro con un medico può trasformarsi in un dispositivo medico-paziente, non più una coppia dove ci sarebbe chi sa della malattia e della morte e chi subisce, a volte terrorizzato!

Nel testo si prende in esame anzitutto l’effetto placebo, la prima esperienza che mette in discussione l’idea di causa-effetto. Pillole di pane, piuttosto che acqua di menta non possono essere spacciati per farmaci, ma i farmaci stessi possono essere dei placebo, nel senso che “qualcosa” passa anche attraverso ciò che non c’entra nulla con il farmaco assunto. La storia della medicina è piena di casi straordinari basati sulla convinzione arbitraria che il cambiamento dei sintomi, dopo una cura, sia necessariamente dovuto alla cura stessa. Spesso e volentieri i medici si attribuiscono l’abilità di guarire mali che invece trovano una cura nei dispositivi pragmatici avviati per il programma di vita, tra cui il dispositivo di conversazione con il medico.

Placebo = dal latino piacerò.

L’effetto placebo dovuto all’intervento del medico può essere più forte della medicina, così come  il suo entusiasmo e la fiducia del paziente, ma anche l’immaginazione. Quante volte capita di tenere in borsa o sull’armadietto un farmaco, c’è e tanto basta!

Vari esperimenti sono stati fatti. Per esempio a un certo numero di studenti lo stesso placebo viene somministrato come sedativo e a un altro numero come stimolante, gli effetti collaterali prendono la piega della significazione data. Al di là dei dubbi etici, la cosa interessante che risulta è il potere della parola. La fede nel placebo è vantaggiosa sia per il medico sia per il paziente, paragonabile alla fede religiosa che vale sia per il sacerdote sia per il fedele.  Così che, se il paziente non si sente meglio dopo una visita, il medico ha sbagliato quantomeno specializzazione! Anche “finte” operazioni danno risultati: nulla, potremmo dire, sta fuori dal racconto. Se il placebo può mimare il vero effetto farmacologico, le sostanze attive possono dipendere dalle circostanze e dalle aspettative dei pazienti, ma anche dal medico. E quanto partecipa la scena? Il dolore in battaglia per un soldato è diverso da quello di un civile, il primo avrà aspettative di ritorno a casa, il secondo di ospedalizzazione.

L’effetto placebo mina il potere del medico?

Causa-effetto è la tentazione, per esempio può essere un’astinenza a causare i sintomi, non la terapia, così come il coma diabetico può insorgere sia da troppa, che troppo poca insulina, oppure il fumo può causare il cancro, ma non sempre.

L’errore, ben sappiamo, ha una sua validità, è sempre un errore di calcolo! Per esempio gli spinaci contengono ferro 10 volte in meno di quello dichiarato, questo perché i primi ricercatori sbagliarono a mettere una virgola nel dato, ma anche sopravvalutare la fonte è un errore, è credere di sapere qual è il nome del nome, non basta che un medico sia famoso per riuscire a instaurare con lui un dispositivo, un medico che sia in una ricerca è sicuramente più interessante. Quante volte l’autorità di controllo elimina delle ricerche che poi vengono riabilitate, come per il caso Di Bella, ma una moda sostenuta da una voce autorevole difficilmente verrà scalzata. Occorre sempre indagare sulle fonti e sui dati oltre che imparare a leggerli e interpretarli. Un sintomo, una malattia possono diventare un’occasione per incontrare un’altra cura in direzione della salute.

Nel secolo scorso e all’inizio del ‘900 andava di moda spiegare una gran quantità di malattie con la parola tensione: tensione cardiaca, oculare, ecc. In seguito la parola tensione fu rimpiazzata dalla parola stress intesa come sindrome generale di adattamento, ma stress tradotto vuol dire tensione. Ma la vita stessa è tensione, le cose non nascono dall’idealità.

La medicina si avvale della statistica, potremmo dire la medicina è statistica? Si è portati a identificare ciò che è significativo dal punto di vista statistico con ciò che è importante dal punto di vista medico, senza contare che le statistiche sono interpretabili, non è raro che vengano utilizzate a sostegno di tesi pre esistenti, occorre come sempre farne una lettura, ma la materia della parola sfugge e c’è chi ne aprofitta credendo di poterla gestire a suo piacimento e così  l’imperizia viene chiamata curva di apprendimento. Ma il “bravo” medico non sbaglia e attribuisce i suoi errori a informazioni incomplete se non addirittura al nulla, alle fantasie di padronanza, nella scienza gli errori sono inevitabili, poichè la scienza non si fonda sulle congetture del protocollo e sulle ipotesi accettate dal sistema, ma sull’esperienza di parola libera e sul disturbo della memoria che porta all’arte e all’invenzione;  ma: “un’autorità non deve sbagliare o, se lo fa, i suoi stessi errori vengono coperti per continuare a tenere alta l’idea stessa di autorità.”

Anche per il medico e per le sue diagnosi c’è un aspetto di negazione della logica inconscia, il medico tenderà per esempio a giustificare le sue abitudini “insane” o se ha fatto sua un’idea purista, pur sapendo che l’esperienza personale non può sostituire la ricerca, la raccolta dei dati, ecc. Per l’efficacia della cura occorre attraversare le fantasie della possibilità da parte del medico di “agire” il suo sapere, il suo presunto potere e l’autorità che crede propria; e da parte del paziente elaborare le fantasie rispetto a un’idea di sé come malato.

Tutto ciò non è automatico, la rappresentazione, la descrizione di un sintomo per esempio è sempre una delega al medico, per quanto sia difficilissimo da descrivere, si attende da lui una qualche “significazione” che a volte è ciò che spinge a rivolgersi al medico più del dolore vero. Che sollievo sentire: “è solo un piccolo stiramento, l’artrite non c’entra niente”, però anche i tornaconti della malattia sono protagonisti! Se credersi malato consente di sfuggire al fare, perché guarire? Il medico che guarisce ma toglie un’identità, per esempio rispetto a una malattia presunta cronica, non sarà sempre osannato!

Le cose cambiano quando le diagnosi sono psichiatriche poiché vengono fatte a partire, non da esami di laboratorio, ma da comportamenti cosiddetti deviati, presunti involontari per quanto riguarda la follia e volontari per la malvagità, il più delle volte seguono un moralismo. Ironicamente: “se parli con dio vuol dire che stai pregando, se dio parla con te sei schizofrenico” ma dato che un forte disagio non è necessariamente una malattia, ci si rivolge alle etichette che spesso si avvalgono della lingua greca: es tanatofobia = paura della morte, fino all’aptarmosis = incapacità di sternutire che veniva curata con l’elettroshock. Un modo quello delle etichette come condizione necessaria per riferire il disturbo dell’esperienza, la particolarità dell’esperienza alla medicina. Se tutto ciò ha come fantasia l’idea di evitare la morte non è detto che la medicina preventiva, promettendo questo, alleggerisca le preoccupazioni, spesso esami diagnostici possono peggiorare la qualità della vita. Oggi si parla molto dell’importanza di cambiare il cosidetto “stile di vita” ma questo è un processo culturale lento e le cose si fanno per assenza di alternativa, ciò avviene perchè qualcosa nel programma di vita è cambiato o diventa urgente, per ciascuno la rotta, il viaggio è differente, un acciacco, un infarto, un tumore non è mai lo stesso e questo si evince dalla testimonianza di Skrobanek e di Mc Cormick, che non è un pensiero filosofico, ma il risultato di una ricerca.

Se corpo e scena si combinano, non si tratta di analizzare pezzi di corpo in sé: mammelle, colli dell’utero con tecniche di presunta salvezza, che data la quantità di falsi positivi o negativi arriva fino a asportazioni preventive, di “sicurezza”, senza occuparsi dei “danni psicologici” ossia che il fantasma di salvezza possa passare all’azione. Non basta non avere più quel pezzo potenzialmente esposto a una variazione incontrollabile, per non pensare più al tumore e alla morte. False promesse, la medicina si è sempre occupata di malattia e di recente anche di salute, ma che salute è quella di un viaggio senza debordamento, senza variazioni, senza tensione, senza stress? Va in scacco la presunzione che esista un luogo, una genealogia purificati senza contaminazione né interferenza, dove ogni elemento sia fisso e non si intersechi con altri. Noi dimoriamo nel terreno del fare con il tempo, quindi senza purezza, senza salvezza, nell’intersezione di qualcosa che varia e qualcosa che funziona, sull’onda di qualcosa che punta a scriversi in modo unico per ciascuno.

Tra le righe di questo libro si ascolta un’impossibilità di significare la malattia una volta per tutte, oppure quando sembra così ci si addentra comunque in un labirinto. La ricerca non finisce ed è ciò che attesta come non ci sia malattia in senso comune, ma la paura della fine sia la vera malattia, che possiamo definire la vera “malattia mentale”, sulla cui credenza poggia la soggezione, la sudditanza, il vittimismo.

 

 

Roberta Coletti

LES CHORISTES – I ragazzi del coro

 

Les Choristes è un film del 2004, diretto da Christophe Barratier, tratto da un altro film del 1945 “La gabbia degli usignoli”. L’ambientazione è un istituto francese per ragazzi difficili del 1949, il cui nome “Fond de l’Etang – Fondo dello stagno”, denuncia già l’impostazione e la composizione dell’istituto. Il direttore vorrebbe ridurre tutta l’educazione al perseguimento della formula “Azione-Reazione” o anche “Causa-Effetto”. Agli studenti viene applicato un codice che lega le loro azioni a una reazione (punizione) come unica via per mantenere l’ordine nell’istituto; metodo che si rivela fallimentare, in quanto i ragazzi preferiscono sopportare le conseguenze delle proprie azioni, le dure punizioni, piuttosto che dichiararsi intellettualmente morti al servizio del sistema istituito dal direttore.
Tutto questo fino all’arrivo nel 1949 del disoccupato compositore e insegnante Clement Mathieu, che accetta l’impiego di sorvegliante presso “Fond de l’Etange”. Fin dal suo arrivo viene istruito dal Direttore a seguire il suo mantra “azione-reazione”, anche per la propria incolumità. E’ infatti vero che i ragazzi dell’istituto siano fonte di non pochi problemi per gli educatori, compresi episodi di lesioni personali.
Clement Mathieu non si fa però scoraggiare, e poco dopo il suo arrivo, forma un coro a cui partecipano gli studenti, ciascuno con il proprio ruolo a seconda delle qualità nel canto. Clement Mathieu riesce nell’impresa di riscoprire innanzitutto la propria passione, quella di compositore e direttore d’orchestra e, nel Fondo dello Stagno a trovare un coro che cantasse le sue canzoni.
La storia ruota attorno, anche se non esclusivamente, a Morhange, “Faccia d’angelo”, uno tra gli studenti più ribelli. Non riesce inizialmente a seguire i suoi compagni nel coro, poiché sempre in punizione; ma scopre, ascoltando i compagni e il Maestro, la propria vocazione per il canto, supportata anche dalla sua incredibile voce. Comincia così ad esercitarsi di nascosto fino a quando Clement, sentendolo cantare, lo include come solista nel coro. Morhange, nonostante il carattere ribelle e molte difficoltà lungo il percorso, trova per via artistica il modo per far fruttare il proprio talento. Il Maestro si è instaurato, senza la necessità di una trasmissione diretta nella coppia Maestro-Allievo, dove si suppone che il Maestro debba “riempire” l’allievo di conoscenza; qualcosa si è trasmesso, certo tra Mathieu e Morhange e gli altri studenti, ma per via indiretta, con una mediazione artistica. Citando William Yeats “Educare non è riempire un secchio, ma accendere un fuoco” si potrebbe affermare che il ruolo del Maestro non sia tanto quello di dare risposte, quanto quella far emergere (non la instaura perché già c’è) la domanda (Intellettuale-Pulsionale). Fuoco che non riesce ad essere spento nemmeno dal ritorno del Direttore, che non riconosce, a dire il vero più per capriccio personale che per motivazioni logiche, il lavoro di Mathieu e lo licenzia.
Ma il licenziamento non cancella l’opera, e nella scena finale, gli studenti tutti, a cui era stato vietato di vedere il Maestro, lanciano dalle finestre dell’istituto degli aerei di carta, ciascuno con il proprio augurio per colui che, nel Fondo dello Stagno, aveva trovato un Coro.

Giacomo

La morta e la viva

Accade che padron Nino tornando dal mare con la sua tartana chiamata Filippa, in memoria della prima moglie, data per scomparsa tragicamente la ritrovi in vita scampata dopo anni di traversie. Nel frattempo aveva preso in moglie la sorella di costei che con gran dedizione accudiva il figliolo rimasto orfano e lei stessa era in attesa di un bimbo.

Questo il destino, questo il volere di dio. Cosa è normale e cosa non lo è? Poteva cacciare di casa la nuova moglie che l’aveva sposato anche in virtù dell’amore per la sorella scomparsa?  No, per dio, non sarebbe stato giusto. Così ad ogni ritorno a terra passava i pochi giorni concessi ora con l’una ora con l’altra, ma il paese intero vedendo l’accordo tra i tre e che per nessuna moglie era un sacrificio, si indignò e gridò allo scandalo, alla causa di verità. Non c’era colpa né inganno da nessuna parte, ma devozione per l’uomo che lavorava, per il padre e per la santità del matrimonio. Davanti alla legge, agli atti,  nessuna bigamia poiché la prima moglie Filippa, risultava morta e davanti a dio obbedienza, perché dio aveva voluto così.

La rispettabilità del paese si frappone a salvare gli umani dallo scandalo della verità, ma lo scandalo, cioè la pietra d’inciampo è la condizione del malinteso da cui l’itinerario, al punto che ogni cinque mesi, per effetto di questa combinatoria, padron Nino si reca all’anagrafe per registrare la nascita di un figliolo, tale è l’obbligo suo che non toglie il contrappunto: figlio della morta o figlio della viva? Legittimo o illegittimo? Affari dell’ufficiale di stato civile…

Roberta Coletti

 

La giara

Pirandello porta all’estremo avvalendosi del surreale, l’impossibile dell’avere, il non dell’avere, non c’è avere totale.

Don Lollò Zirafa pare che abbia contato le olive a una a una finchè erano ancora sugli alberi, sue tutte sue e talmente tante da ordinare una nuova giara: “alta a petto d’uomo, bella panciuta e maestosa, che fosse delle altre cinque la badessa”.

Ma questa sicumera, questa padronanza che sottolinea chi è il padrone si crepa come la giara, anche una volta aggiustata non la potrà usare: il  mago della colla vi si è chiuso dentro causa la poca fede di don Lollò nel suo mastice e la sua pretesa che venissero usati anche i punti di metallo. A questo “punto” chi è il responsabile?  Chi pagherà?

Il vecchio tecnico la pagherebbe come nuova se il padrone avesse creduto al suo mastice, ma allora non si sarebbe chiuso dentro.

Neppure la ragione sull’altro si può possedere, neppure la legge è così chiara, se non lo fa uscire dalla giara commette il reato di sequestro di persona, dice l’avvocato tra una risata e l’altra,  ma se è lo stesso Zi Dima a voler restarci dentro? “qua dentro ci faccio i vermi”.

Per don Lollò essere equivale a avere, lui è perché ha, l’essere si fonderebbe sull’avere, questo il fantasma di padronanza. Il suo desiderio di avere gli restituisce una mera apparenza, un’illusione d’essere che zi Dima non gli riconosce, non è il suo padrone e lo sottolinea facendo festa con in contadini. I soldi che gli erano stati dati per ricucire la giara si trasformano in cibo, vino e balli sotto la luna.

Roberta Coletti

 

La nostra salute Armando Verdiglione ed Spirali

Armando Verdiglione, nel suo libro La nostra salute, scrive: “Questa è la salute: l’istanza della qualità della vita. E’ ciò che il discorso medico ignora” (pag. 85).

Ciascun giorno, la lettura di questo libro di Armando Verdiglione partecipa a quel viaggio della vita in cui la minaccia è diventata ironia. Allora, quando ci s’incontra, non c’è più la domanda: “come stai?”, ma “dove stai?”, e questo dove non esige nessun luogo, ma attiene alla libertà della parola.

L’incontro sta nell’intervallo. Non c’è incontro tra la mamma e il figlio, che viene creduto un suo prodotto. Mamma-figlio è una coppia uroborica che vive nel mondo della visione e della routine, la strada circolare, la strada con il ritorno. “Quando torni? Dove sei?”. Sapere quando e come farsi carico del figlio non assicura l’incontro, ma stabilisce una complicità fantasmatica fra una mater incerta e il figlio pazzo. Altro è la madre come indice del malinteso indissipabile, mater secura: la madre è senza affanno, l’affanno e la preoccupazione provengono dall’abolizione del malinteso. Senza il mito della madre, il rischio viene assunto e rappresentato, per esempio da quel figlio scavezzacollo che produce una mamma che non riesce mai nel calcolo del probabile. Solo dalla dissoluzione di questa complicità si giunge al rischio che porta alla salute e alla qualificazione delle cose: rischio assoluto che nasce dall’incontro e da ciò che accade.

“La donna triforme regna e governa sull’origine, sulla durata e sulla fine. Mette le cose in modo che circolino, anziché combinarsi”, ha detto Armando Verdiglione in una sua recente conferenza dal titolo L’istituzione. Se le cose circolano è tolto il “circa”, il dove della ricerca. Se le cose si combinano, approdano, ma non tolgono l’ostacolo, proprietà del simulacro. Questa donna triforme avrebbe un figlio proprio, chiamato “mio figlio”, che avrebbe fatto lei per sua volontà e saprebbe che fine farà se continua così! Questo figlio ha lo scopo di rappresentarsi nel “figlio di mamma”.

Non c’è nessuna salute nella coppia uroborica, dove il figlio salvatore incarna il farmaco, figlio forte, sano, eroico per una mamma stanca alle prese con il discorso medico che crede alla salute come salvezza o benessere. Scrive ancora Armando Verdiglione: “Qual è la bussola in un ospedale, in uno studio medico? Questi sono spesso luoghi di contrabbando della salute con la salvezza” (pag.84).

L’idea di salvezza segue alla credenza che la cosa più importante nella vita sia star bene, fare per aspettare il sentimento, sentirsi bene, così come la salute è creduta il positivo della malattia. La salvezza al posto della qualità promuove la cura di sé per il raggiungimento di un benessere ideale, rispetto a cui l’essere risulta sempre mancante, tanto quanto chi si propone come salvatore o viene creduto tale. Constatiamo invece come nel viaggio della vita la salute sia l’istanza della qualità, fare viaggiando, fare in direzione della qualità, anziché credere di poter evitare la paura, aver paura di stare male nell’attesa di uno star bene senza paura che non arriva mai. Ogni vana rappresentazione che il fantasma materno fa dell’ostacolo allude ad un’impossibile salvezza, questo il rapporto sociale in cui si crede di incontrarsi tra soggetti conosciuti, ma l’incontro, che sta nell’intervallo, non è con la persona, con il salvatore, con lo psicofarmaco, questi sono modi comuni di combattere la paura della solitudine. Come si giunge alla salute intellettuale? Dissolvendo ogni idea di sé poiché non c’è nessuna volontà da cui possa dipendere la salute.

roberta coletti

 

 

L’Arca Ciliegio di Kobo Abe ed. Spirali

L’arca Ciliegio di Kobo Abe pseudonimo di Kimifusa Abe (Tokyo 1924 / tokyo 1993) scrittore, drammaturgo e inventore giapponese. In questo libro come nel suo romanzo più famoso La donna di sabbia da cui è stato tratto un film straordinario che vinse il Premio Speciale della Giuria al 17° Festival di Cannes nel 1964, descrive l’alienazione e l’incomunicabilità attraverso il racconto di situazioni claustrofobiche senza via di uscita.

 

Insetto Yupukecca.

In epicchamu, la lingua degli abitanti della terra d’origine di tale insetto, “yupukeccha” significa anche “orologio”. E’ lungo un centimetro e cinque millimetri; appartiene all’ordine dei coleotteri, ha il nero e tozzo corpo attraversato da striature marroni. Sua caratteristica è l’assoluta assenza di zampe. Forse gli arti sono atrofizzati, poiché nutrendosi dei suoi escrementi, non ha necessità di possedere capacità motorie. Il fatto che si alimenti con ciò che espelle _sostanze nutritive debitamente digerite e eliminate_ suscita un senso di inquietudine. Fortunatamente mangia con estrema lentezza e i batteri hanno il tempo di moltiplicarsi e di riprodurre gli elementi nutritivi. Lo yupukeccha consuma il suo pasto appoggiandosi sul proprio baricentro, un ventre gonfio e largo come il fondo di una barca; mediante le sue lunghe e robuste antenne ruota il corpo verso sinistra e, mentre si nutre, continua a defecare. I suoi escrementi formano costantemente un perfetto semicerchio. Inizia a nutrirsi all’alba, termina al tramonto e si addormenta. La testa è sempre orientata verso il sole, perciò è utilizzabile come orologio.

Come l’insetto anche il protagonista dell’Arca Ciliegio, un uomo grasso misantropo e diffidente, crea la propria autonomia in una solitudine a lui molto consona. Vive in una immensa cava abbandonata: l’arca che servirà da rifugio antiatomico per quando il mondo sarà spazzato via da una guerra nucleare, minaccia sempre incombente durante la guerra fredda. Unico rumore i suoi passi.

Divora la propria coda, la propria paura e si fa in questo modo compagnia. Essere sferico per non farsi toccare in un cerchio mortale che farebbe vivere eternamente. L’autonomia: non mi faccio toccare ho il mio blindato. Non si tratta di solitudine assoluta, ma di chiudersi in una soddisfazione presente, autoerotica.

 

Quando compare il soggetto? Quando uno ammette che c’è una parte che cede, il soggetto è sempre buono e cattivo, oppure rigoroso e poi ha un piccolo cedimento per ragioni sentimentali, quelle ragioni che hanno una presenza, diverso è l’ascolto di qualcuno per cui non c’è questa presenza. Il cedimento metterebbe il rigore in un cerchio, ma che rigore se prende forza perché bisogna mettersi in riga?

roberta coletti

Asher Lev Di Chaim Potok

“Il disagio stesso può essere il pretesto non solo per una svolta, ma anche per un progetto, per un’altra strada che ciascuno può trovare.”

Due cose da chiedersi: vivere o sopravvivere, e cosa resta?

La sopravvivenza è il risultato del “sto bene” per esempio se conosco i miei limiti posso stare bene non spingendomi oltre. Se mi abituo, se indosso un abito, se faccio senza chiedermi, posso stare in pace, mi adeguo, sto al passo, verifico se mi discosto e di quanto dall’umano, è naturale ciò che penso, faccio, dico? Credere ad una certa naturalità è sopravvivere, capita così che molte “veline” o miss Italia, dopo flirt on intere squadre di calcio, alla soglia dei 30 anni, dichiarino che il solo desiderio sia di avere una famiglia e dei figli, gli stessi figli che nasceranno per taglio cesareo a 7 mesi, così da riprendere la linea perfetta,  velocemente, dato che è naturale avere l’istinto materno a 30 anni, prima che sia troppo tardi.

Il genere mi viene in aiuto, se parlo da donna, se parlo come anziano, come esperto, so o meglio credo di sapere che ciò che dirò è umano. E’ umano, per un genitore, pretendere dai figli? Oppure no? Sicuramente sì.

Evitato il disagio di non appartenere ad un genere, di non sentire mai questo stramaledetto “senso materno”, di non riuscire mai a dire tutto fino in fondo, e una volta per tutte. Ma allo stesso modo, di non stare zitti, ma perché tutto ciò dovrebbe essere il male anziché un semplice indice? Constatiamo che non si può dire tutto, che non c’è padronanza, né presa, né controllo sulla parola, e quindi nessuna colpa.

Occorre giungere ad un teorema: “Non c’è più”, perché non c’è mai stato, la matematica è il funzionamento, una constatazione introduce quella  leggerezza che ammette il disagio.

Non sappiamo da che cosa ciascuno venga provocato, perché la sua esistenza da sopravvivenza divenga vita, a volte un lutto, a volte una frase, un caso, per il protagonista di “Il mondo di Celso un libro”.

Per una donna la tecnica.

“ La mia passione per tutto ciò che ruota intorno all’arte pittorica era nata con me, c’era già quando andavo nella bottega di mio padre stilista di scarpe e lo ammiravo intento a disegnare. Non era mia intenzione proseguire il suo lavoro, ma lasciar uscire  dalle matite, dai pennarelli, tutto ciò che sgorgava, indipendentemente dalla mia volontà. C’era qualcosa che correva così veloce ed era sempre così incontenibile da spaventarmi a morte, sarei volata in cielo come in un dipinto di Chagal? Sarei sprofondata nelle tenebre per aver cercato di realizzare la vera visione del creato? O semplicemente avrei fatto la brutta fine di qualche famoso artista affamato per tutta la vita, ai margini della società? Sicuramente non avrei avuto una vita normale. La passione non è umana, gli istinti incontrollabili sono bestiali, e via così. Mi si parava dinnanzi questo abito nelle minacce familiari, loro sapevano il pericolo che stavo correndo.

Anche Asher Lev combatteva contro ciò, ma almeno per lui era questione ebraica, il figlio del rabbino non può andarsene in giro per i musei in cerca di crocifissioni.

..non sono d’accordo con coloro che credono che tutta la pittura e la scultura provengano dalla sitra achra – l’Altra parte di dio, la parte sinistra, cioè il potere demoniaco, satanico- io credo che doni simili provengano dal padrone dell’universo. Ma devono essere usati con saggezza, Asher. Ciò che hai fatto ha recato offesa. La gente è risentita. Fa domande, e io non ho risposte che potrebbe capire. Le tue donne nude mi hanno creato grosse difficoltà. Ma questa non è superabile.” Rimase per un lungo istante in silenzio. Vedevo i suoi occhi scuri nell’ombra proiettata dalla tesa del cappello. Poi disse: “devo chiederti di non continuare a vivere qui, Asher lev. Devo chiederti di andare via.”

Sentii un gelido tremore dentro di me.

“qui sei troppo vicino alle persone che ami. Le ferisci, e le esasperi. Sono brave persone. Non ti capiscono. Non va bene che tu resti qui…Hai attraversato un confine. Non posso aiutarti. Sei solo ora. Ti do la mia benedizione.”

Uscii dall’ufficio del Rebbe..camminai per ore sotto gli alberi spogli del viale, in strade che una volta erano state il mio  mondo ma che ora erano fredde e  mi avevano abbandonato . Ad un certo punto della mia camminata, mi fermai davanti ad un cumulo di neve e con il dito disegnai con una linea continua il profilo della mia faccia. Asher Lev nella neve, in un gelido viale di Brooklin. Asher Lev, chassis. Asher Lev pittore. Guardai la mia mano destra, la mano con cui dipingevo. C’era potere in quella mano. Potere di creare e distruggere. Potere di apportare piacere e dolore. Potere di divertire e sconvolgere. C’erano in quella mano il demoniaco e il divino insieme e contemporaneamente. Il demoniaco e il divino erano due aspetti della stessa forza. La creazione era demoniaca e divina. La creatività era demoniaca e divina. L’arte era demoniaca e divina. La visione solitaria che poneva orbite vuote era demoniaca e divina. Io ero demoniaco e divino. Asher Lev, figlio di Aryen e Rivken Lev, era figlio del padrone dell’universo e dell’altra parte. Asher Lev dipinge bei quadri e ferisce la gente che ama. Allora sii un grande artista, Asher Lev, quella sarà l’unica giustificazione per tutto il dolore che causerai. Ma in quanto grande artista di nuovo arrecherò dolore, se ne è necessario. Allora diventa un artista più grande. Padrone dell’universo devo vivere in questo modo per tutto il resto della mia vita ? sì, giunse il bisbiglio dai rami degli alberi. Ora viaggia con me mio Asher. Dipingi l’angoscia del mondo intero. Mostra agli uomini il dolore. Ma per il dolore, crea i tuoi propri modelli e il tuo proprio gioco di forme. Dobbiamo dare un equilibrio all’universo.

Sì. Dissi. Sì. Il mio proprio gioco di forme per il colore. – Il mio nome è Asher Lev. Di Chaim Potok

Per me, ben più banale, si trattava di negare per un certo compromesso sociale, ciò che era vitale.

Come fare? Ecco la tecnica, mi viene in aiuto, la tecnica comincia con il metodo, imparare l’uso dei materiali, capire gli artisti, conoscere la storia dell’arte e molto altro per avviare un cammino artistico fino a diventare insegnante di disegno.

Ma è l’autenticità di questa ricerca che non ne resta imbrigliata, il disagio non viene tolto e il riconoscimento sociale non basta, poiché come lo scrittore scrive ispirato da dio, il pittore dipinge ispirato da dio, è un mezzo cui si espande il colore, il disegno, al pittura.”

Una storia in cui qualcosa resiste in cui il disagio non auspica a diventare agio, ma è come l’aria, senza il colore il soffocamento, la leggerezza lascia corpo libero all’immaginazione.

Agio, sentirsi a proprio agio, senza inquietudine intellettuale così da sopravvivere in pace, oppure disagio come virtù intellettuale, senza nessun soggetto, senza nessun soggetto disagiato, allora virtù, cioè le cose in quanto tali non esistono.

“..una finestra è una finestra in quanto attraverso ad essa si diffonde il dominio della luce, non è somigliante alla luce, non è collegata per un’associazione soggettiva a una nozione di luce soggettivamente escogitata, ma è la luce stessa nella sua identità ontologica, quella stessa luce indivisibile in sé e non divisibile dal sole che splende nel nostro spazio. Ma in sé stessa, fuor del rapporto con la luce, fuor della sua funzione, la finestra è come  non esistente, morta, e non è una finestra: astratta dalla luce non è che legno e vetro. L’idea è semplice; ma quasi sempre ci si ferma a un qualche punto a metà strada, laddove sarebbe meglio o non arrivare a metà o proseguire oltre: la comune idea che ci si fa del simbolo, come qualcosa di autosufficiente, anche se in parte condizionato, di vero, è radicalmente falsa, perché il simbolo o è più o è meno di ciò. Se il simbolo, in quanto conforme allo scopo, raggiunge lo scopo, esso è realmente indivisibile dallo scopo – dalla realtà superiore che esso rivela; se esso invece non rivela una realtà, ciò significa che non ha raggiunto lo scopo e pertanto in esso non è possibile ravvisare una forma, e significa che, mancando questa, non è un simbolo, non è uno strumento dello spirito, bensì mero materiale sensibile. Ripetiamo, non c’è finestra in sé e per sé perché nell’idea di finestra, come in ogni strumento della cultura, è compresa strutturalmente la sua conformità allo scopo: ciò che non è conforme allo scopo non è neanche un fenomeno della cultura. Perciò o la finestra è luce o è legno e vetro, ma non sarà mai semplicemente una finestra.  Florenkyij  Le porte regali

 

roberta coletti

 

Contro ogni speranza Armando Valladares ed Spirali

Contro ogni speranza, 22 anni nel gulag delle Americhe (ed Spirali) Armando Valladares

“Finchè un uomo pensa alla sua libertà e lotta per guadagnarla, non si sente uno schiavo neppure se ha le catene ai piedi e alle braccia.”

Armando Valladares in nessun istante della sua terribile prigionia nelle carceri politiche di Cuba, durata ben 22 anni, ha ceduto alla tentazione di rappresentarsi la fine. C’è nel suo racconto una parola libera che non può sottomettersi alla barbarie criminale del carcere politico. Il sadismo dei carcerieri, tanto spietato e inumano, altro non fa che rendere più ferrea la resistenza, e impossibile rinnegare i principi di cui Armando Valladares e i suoi compagni sono orgogliosi, poiché fanno parte di loro. Ciò che interroga lungo la lettura di questo libro straordinario, è che cosa abbia partecipato a sostenere questo viaggio durissimo, non di sopravvivenza, come potrebbe sembrare data la crudeltà subita, ma di vita degna.

“Dentro di noi c’erano soli e stelle, la luce e i colori e la vitalità a spirituale che i nostri carcerieri non erano riusciti a strapparci.”

La fede e la forza spirituale per sopportare senza ammalarsi d’odio, nessun paganesimo, nessuna richiesta fatta a dio di uscire di lì, questa la determinazione interiore che restituisce la tranquillità, questo ciò che opera al pragma, al fare. Ciascun giorno l’invenzione, l’arte. Dal linguaggio dei segni, alle parole inventate per aggirare la censura, ai cannocchiali di cartone costruiti con la colla della pasta, un tappino, una fiala vuota, un laccio emostatico, un frammento di materia da trasformare in uno strumento indispensabile, che solo nella prigionia acquista un valore assoluto. Sempre nuovi dispositivi da avviare, una rete continua e nessuna alternativa alla lucidità, all’attenzione costante e partecipe di questi uomini catapultati in una scena che li vorrebbe impotenti e rassegnati.

“Era come se avessimo radici, sotto quei pavimenti, radici che si congiungevano sottoterra in un abbraccio di solidarietà

Comunicare, interpretare tra le righe, tra i gesti per non perdere il contatto con la realtà esterna, ma anche studiare e insegnare per giungere ad una tenuta intellettuale.

“Nei momenti di pericolo l’uomo sa fare cose straordinarie come superare il dolore e le limitazioni fisiche: come se la mente, concentrata su un unico obiettivo, inibisse ogni altra sensazione.”

Così da dare le ali della libertà a quella parola che non sfumerà nel tempo, che scavalcando le mura del carcere trova il suo viaggio narrativo, senza soggetto vittima o eroe, senza fermarsi alla liberazione avvenuta, poiché la dissidenza, alla quale Armando Valladares invita ciascuno di noi, è una forza incontrastabile.

roberta coletti