Follie e Inganni della medicina

 

Questa ricerca condotta da Petr Skrabanek e James McCormick nel 1989, prende forza dal dispositivo maestro allievo.  Nei seminari tenuti dai  due ricercatori il maestro apprende tanto quanto il presunto allievo. Il primo obiettivo, dicono, è di portare gli studenti a essere in grado di interrogare, ma ciò vale anche per il lettore affichè avvii una ricerca propria, cercando fonti di vario tipo, non accettando le mitologie mediche. Questo libro dà voce a una controverità e per tanto risulta una sfida. Tra le righe leggiamo che corpo e scena si combinano, non è separabile il corpo dalla scena. La medicina che interviene nel viaggio, in direzione della salute, riguarda il programma di vita, ovvero il fare con il tempo. Il tempo come evento non è il tempo da far “passare” per esempio tra una pillola e l’altra senza chiedersi nulla, ma è quel tempo dove il fare  si svolge nell’ incontro con un medico che si trasformerà in un dispositivo medico – paziente, ecco il tempo come il vero curante, la ricerca stessa è un cammino terapeutico, solo così un incontro con un medico può trasformarsi in un dispositivo medico-paziente, non più una coppia dove ci sarebbe chi sa della malattia e della morte e chi subisce, a volte terrorizzato!

Nel testo si prende in esame anzitutto l’effetto placebo, la prima esperienza che mette in discussione l’idea di causa-effetto. Pillole di pane, piuttosto che acqua di menta non possono essere spacciati per farmaci, ma i farmaci stessi possono essere dei placebo, nel senso che “qualcosa” passa anche attraverso ciò che non c’entra nulla con il farmaco assunto. La storia della medicina è piena di casi straordinari basati sulla convinzione arbitraria che il cambiamento dei sintomi, dopo una cura, sia necessariamente dovuto alla cura stessa. Spesso e volentieri i medici si attribuiscono l’abilità di guarire mali che invece trovano una cura nei dispositivi pragmatici avviati per il programma di vita, tra cui il dispositivo di conversazione con il medico.

Placebo = dal latino piacerò.

L’effetto placebo dovuto all’intervento del medico può essere più forte della medicina, così come  il suo entusiasmo e la fiducia del paziente, ma anche l’immaginazione. Quante volte capita di tenere in borsa o sull’armadietto un farmaco, c’è e tanto basta!

Vari esperimenti sono stati fatti. Per esempio a un certo numero di studenti lo stesso placebo viene somministrato come sedativo e a un altro numero come stimolante, gli effetti collaterali prendono la piega della significazione data. Al di là dei dubbi etici, la cosa interessante che risulta è il potere della parola. La fede nel placebo è vantaggiosa sia per il medico sia per il paziente, paragonabile alla fede religiosa che vale sia per il sacerdote sia per il fedele.  Così che, se il paziente non si sente meglio dopo una visita, il medico ha sbagliato quantomeno specializzazione! Anche “finte” operazioni danno risultati: nulla, potremmo dire, sta fuori dal racconto. Se il placebo può mimare il vero effetto farmacologico, le sostanze attive possono dipendere dalle circostanze e dalle aspettative dei pazienti, ma anche dal medico. E quanto partecipa la scena? Il dolore in battaglia per un soldato è diverso da quello di un civile, il primo avrà aspettative di ritorno a casa, il secondo di ospedalizzazione.

L’effetto placebo mina il potere del medico?

Causa-effetto è la tentazione, per esempio può essere un’astinenza a causare i sintomi, non la terapia, così come il coma diabetico può insorgere sia da troppa, che troppo poca insulina, oppure il fumo può causare il cancro, ma non sempre.

L’errore, ben sappiamo, ha una sua validità, è sempre un errore di calcolo! Per esempio gli spinaci contengono ferro 10 volte in meno di quello dichiarato, questo perché i primi ricercatori sbagliarono a mettere una virgola nel dato, ma anche sopravvalutare la fonte è un errore, è credere di sapere qual è il nome del nome, non basta che un medico sia famoso per riuscire a instaurare con lui un dispositivo, un medico che sia in una ricerca è sicuramente più interessante. Quante volte l’autorità di controllo elimina delle ricerche che poi vengono riabilitate, come per il caso Di Bella, ma una moda sostenuta da una voce autorevole difficilmente verrà scalzata. Occorre sempre indagare sulle fonti e sui dati oltre che imparare a leggerli e interpretarli. Un sintomo, una malattia possono diventare un’occasione per incontrare un’altra cura in direzione della salute.

Nel secolo scorso e all’inizio del ‘900 andava di moda spiegare una gran quantità di malattie con la parola tensione: tensione cardiaca, oculare, ecc. In seguito la parola tensione fu rimpiazzata dalla parola stress intesa come sindrome generale di adattamento, ma stress tradotto vuol dire tensione. Ma la vita stessa è tensione, le cose non nascono dall’idealità.

La medicina si avvale della statistica, potremmo dire la medicina è statistica? Si è portati a identificare ciò che è significativo dal punto di vista statistico con ciò che è importante dal punto di vista medico, senza contare che le statistiche sono interpretabili, non è raro che vengano utilizzate a sostegno di tesi pre esistenti, occorre come sempre farne una lettura, ma la materia della parola sfugge e c’è chi ne aprofitta credendo di poterla gestire a suo piacimento e così  l’imperizia viene chiamata curva di apprendimento. Ma il “bravo” medico non sbaglia e attribuisce i suoi errori a informazioni incomplete se non addirittura al nulla, alle fantasie di padronanza, nella scienza gli errori sono inevitabili, poichè la scienza non si fonda sulle congetture del protocollo e sulle ipotesi accettate dal sistema, ma sull’esperienza di parola libera e sul disturbo della memoria che porta all’arte e all’invenzione;  ma: “un’autorità non deve sbagliare o, se lo fa, i suoi stessi errori vengono coperti per continuare a tenere alta l’idea stessa di autorità.”

Anche per il medico e per le sue diagnosi c’è un aspetto di negazione della logica inconscia, il medico tenderà per esempio a giustificare le sue abitudini “insane” o se ha fatto sua un’idea purista, pur sapendo che l’esperienza personale non può sostituire la ricerca, la raccolta dei dati, ecc. Per l’efficacia della cura occorre attraversare le fantasie della possibilità da parte del medico di “agire” il suo sapere, il suo presunto potere e l’autorità che crede propria; e da parte del paziente elaborare le fantasie rispetto a un’idea di sé come malato.

Tutto ciò non è automatico, la rappresentazione, la descrizione di un sintomo per esempio è sempre una delega al medico, per quanto sia difficilissimo da descrivere, si attende da lui una qualche “significazione” che a volte è ciò che spinge a rivolgersi al medico più del dolore vero. Che sollievo sentire: “è solo un piccolo stiramento, l’artrite non c’entra niente”, però anche i tornaconti della malattia sono protagonisti! Se credersi malato consente di sfuggire al fare, perché guarire? Il medico che guarisce ma toglie un’identità, per esempio rispetto a una malattia presunta cronica, non sarà sempre osannato!

Le cose cambiano quando le diagnosi sono psichiatriche poiché vengono fatte a partire, non da esami di laboratorio, ma da comportamenti cosiddetti deviati, presunti involontari per quanto riguarda la follia e volontari per la malvagità, il più delle volte seguono un moralismo. Ironicamente: “se parli con dio vuol dire che stai pregando, se dio parla con te sei schizofrenico” ma dato che un forte disagio non è necessariamente una malattia, ci si rivolge alle etichette che spesso si avvalgono della lingua greca: es tanatofobia = paura della morte, fino all’aptarmosis = incapacità di sternutire che veniva curata con l’elettroshock. Un modo quello delle etichette come condizione necessaria per riferire il disturbo dell’esperienza, la particolarità dell’esperienza alla medicina. Se tutto ciò ha come fantasia l’idea di evitare la morte non è detto che la medicina preventiva, promettendo questo, alleggerisca le preoccupazioni, spesso esami diagnostici possono peggiorare la qualità della vita. Oggi si parla molto dell’importanza di cambiare il cosidetto “stile di vita” ma questo è un processo culturale lento e le cose si fanno per assenza di alternativa, ciò avviene perchè qualcosa nel programma di vita è cambiato o diventa urgente, per ciascuno la rotta, il viaggio è differente, un acciacco, un infarto, un tumore non è mai lo stesso e questo si evince dalla testimonianza di Skrobanek e di Mc Cormick, che non è un pensiero filosofico, ma il risultato di una ricerca.

Se corpo e scena si combinano, non si tratta di analizzare pezzi di corpo in sé: mammelle, colli dell’utero con tecniche di presunta salvezza, che data la quantità di falsi positivi o negativi arriva fino a asportazioni preventive, di “sicurezza”, senza occuparsi dei “danni psicologici” ossia che il fantasma di salvezza possa passare all’azione. Non basta non avere più quel pezzo potenzialmente esposto a una variazione incontrollabile, per non pensare più al tumore e alla morte. False promesse, la medicina si è sempre occupata di malattia e di recente anche di salute, ma che salute è quella di un viaggio senza debordamento, senza variazioni, senza tensione, senza stress? Va in scacco la presunzione che esista un luogo, una genealogia purificati senza contaminazione né interferenza, dove ogni elemento sia fisso e non si intersechi con altri. Noi dimoriamo nel terreno del fare con il tempo, quindi senza purezza, senza salvezza, nell’intersezione di qualcosa che varia e qualcosa che funziona, sull’onda di qualcosa che punta a scriversi in modo unico per ciascuno.

Tra le righe di questo libro si ascolta un’impossibilità di significare la malattia una volta per tutte, oppure quando sembra così ci si addentra comunque in un labirinto. La ricerca non finisce ed è ciò che attesta come non ci sia malattia in senso comune, ma la paura della fine sia la vera malattia, che possiamo definire la vera “malattia mentale”, sulla cui credenza poggia la soggezione, la sudditanza, il vittimismo.

 

 

Roberta Coletti

I maestri iniziatori

«Il maestro è il grande dispensatore di luce – chi dunque è l’asino?»

(da “Incontri con uomini straordinari” di G. I. Gurdjieff)

 

 

Ho chiesto a un’amica studiosa di matematica a che cosa pensasse al suono della parola frattali.

La sua risposta è stata: la perfezione che si ripete all’infinito.

Questa risposta mi ha subito fatto venire in mente la figura di un maestro iniziatore, quello che oggi qualcuno chiamerebbe “guru” per essere più alla moda.

Un maestro iniziatore è colui che rivela una verità ai propri discepoli con la speranza che costoro la rivelino a loro volta nel tempo, in un ideale di racconto, sempre uguale, della verità, perpetuato all’infinito.

Se pensiamo che questo sia un qualcosa di antico, magari solo legato alle religioni, ci stiamo sbagliando di grosso.

Oggi più che mai i maestri iniziatori sono tra noi.

Siamo nell’epoca dei nuovi culti, in cui persone qualunque, o per usare un epiteto ancor più deciso, persone qualsiasi si autoproclamano maestri e folle di seguaci (non è poi questa la traduzione letterale dell’inglese “follower”?) li ascoltano. O almeno, credono di farlo.

Ci sono i maestri della rinascita, coloro i quali hanno visto la morte, in senso lato sia essa la morte del corpo, della moralità, dei principi, della parola, dell’intelletto e rinascono per raccontarla a chi vuole diventare discepolo.

Basti pensare a grandi sportivi che scrivono autobiografie in cui il racconto dello sport è laterale se confrontato con il racconto delle loro vite tristi, infami, di stenti, di morte e rinascita appunto, una rinascita avvenuta con la consacrazione a “dio dello sport”, raffigurazione terrena del dio sportivo.

Oppure a chi fa successo nei media raccontando una storia di morte attraverso la droga, la malavita, un passato oscuro e cupo, che però è servito per essere qui oggi a raccontare a voi discepoli nel tempio una grande storia di vita nuova.

«Io so. Io ho visto la morte in faccia e sono qui oggi per raccontarvela.»

Questo è il messaggio che arriva dai maestri iniziatori.

Ci sono i maestri che mettono in guardia dalla morte, non l’hanno vissuta ma conoscono chi ci è rimasto sotto, e che spingono i seguaci verso la purificazione come unica via.

E sono ad esempio, i guru del cibo.

«Se non vuoi morire, devi mangiare solo verdure. No, solo frutta. No, solo sushi!»

E dietro a ruota, sciami di discepoli a proclamare un uomo o una donna qualsiasi, il detentore della verità, colui o colei che conosce la risposta a tutti i mali del corpo, che bonificherà i nostri corpi.

Ogni credo alimentare racconta l’unica via verso la salvezza. E verso l’immortalità, che non è più dell’anima, ma del corpo.

Insomma, le razze del maestro iniziatore e dei discepoli iniziati si stanno moltiplicando sempre di più nel nostro pianeta.

Nell’epoca in cui gli esseri umani hanno, quasi totalmente, libero accesso al sapere, ci piace ritornare a comportamenti ancestrali e seguire ciecamente chi ha in tasca la Rivelazione, con la R maiuscola.

Sia essa rivelazione sui benefici della zucchina cruda, o sul capo d’abbigliamento più di tendenza.

Mi piace pensare che in queste circostanze, il padre di Gurdjieff, concluderebbe la riflessione con una delle sue “famose” sentenze: la tonaca sta lì per nascondere l’imbecille.

 

Elena Ditadi

 

LES CHORISTES – I ragazzi del coro

 

Les Choristes è un film del 2004, diretto da Christophe Barratier, tratto da un altro film del 1945 “La gabbia degli usignoli”. L’ambientazione è un istituto francese per ragazzi difficili del 1949, il cui nome “Fond de l’Etang – Fondo dello stagno”, denuncia già l’impostazione e la composizione dell’istituto. Il direttore vorrebbe ridurre tutta l’educazione al perseguimento della formula “Azione-Reazione” o anche “Causa-Effetto”. Agli studenti viene applicato un codice che lega le loro azioni a una reazione (punizione) come unica via per mantenere l’ordine nell’istituto; metodo che si rivela fallimentare, in quanto i ragazzi preferiscono sopportare le conseguenze delle proprie azioni, le dure punizioni, piuttosto che dichiararsi intellettualmente morti al servizio del sistema istituito dal direttore.
Tutto questo fino all’arrivo nel 1949 del disoccupato compositore e insegnante Clement Mathieu, che accetta l’impiego di sorvegliante presso “Fond de l’Etange”. Fin dal suo arrivo viene istruito dal Direttore a seguire il suo mantra “azione-reazione”, anche per la propria incolumità. E’ infatti vero che i ragazzi dell’istituto siano fonte di non pochi problemi per gli educatori, compresi episodi di lesioni personali.
Clement Mathieu non si fa però scoraggiare, e poco dopo il suo arrivo, forma un coro a cui partecipano gli studenti, ciascuno con il proprio ruolo a seconda delle qualità nel canto. Clement Mathieu riesce nell’impresa di riscoprire innanzitutto la propria passione, quella di compositore e direttore d’orchestra e, nel Fondo dello Stagno a trovare un coro che cantasse le sue canzoni.
La storia ruota attorno, anche se non esclusivamente, a Morhange, “Faccia d’angelo”, uno tra gli studenti più ribelli. Non riesce inizialmente a seguire i suoi compagni nel coro, poiché sempre in punizione; ma scopre, ascoltando i compagni e il Maestro, la propria vocazione per il canto, supportata anche dalla sua incredibile voce. Comincia così ad esercitarsi di nascosto fino a quando Clement, sentendolo cantare, lo include come solista nel coro. Morhange, nonostante il carattere ribelle e molte difficoltà lungo il percorso, trova per via artistica il modo per far fruttare il proprio talento. Il Maestro si è instaurato, senza la necessità di una trasmissione diretta nella coppia Maestro-Allievo, dove si suppone che il Maestro debba “riempire” l’allievo di conoscenza; qualcosa si è trasmesso, certo tra Mathieu e Morhange e gli altri studenti, ma per via indiretta, con una mediazione artistica. Citando William Yeats “Educare non è riempire un secchio, ma accendere un fuoco” si potrebbe affermare che il ruolo del Maestro non sia tanto quello di dare risposte, quanto quella far emergere (non la instaura perché già c’è) la domanda (Intellettuale-Pulsionale). Fuoco che non riesce ad essere spento nemmeno dal ritorno del Direttore, che non riconosce, a dire il vero più per capriccio personale che per motivazioni logiche, il lavoro di Mathieu e lo licenzia.
Ma il licenziamento non cancella l’opera, e nella scena finale, gli studenti tutti, a cui era stato vietato di vedere il Maestro, lanciano dalle finestre dell’istituto degli aerei di carta, ciascuno con il proprio augurio per colui che, nel Fondo dello Stagno, aveva trovato un Coro.

Giacomo

Chi si crede maestro?

Chi si crede maestro? Chi si crede insegnate? Insegnante o maestro di sé o dell’altro. Qualcosa accade nella giornata, nella vita, che porta alla scrittura dell’esperienza, ma chi può dire il giorno o l’ora? Gesù Cristo, rabbi o maestro affida l’insegnamento alla parabola, al racconto senza enunciati o verità chiare da poter imparare e ripetere, per lui, nel testo l’insegnamento si fa teatro e la scena che si dipana nel racconto (o parabola) dei talenti o delle vergini resiste, rimane e chissà, nel giorno e nell’ora che non è dato di sapere si scriveranno. L’insegnamento come arte e invenzione porta al racconto, porta al dispositivo ed è già il racconto stesso ad entrarvi, di modo che l’insegnamento sopravviva al maestro, anzi, di modo che il maestro, tolto il soggetto professore o rabbi o maestrino che sia, si faccia esso stesso dispositivo e a distanza d’oltre un millennio possa arrivare a scriversi ancora. Chi si crede maestro? Chi si crede il maestro? Non è forse oramai possibile farne a meno? A che pro stare a ritmi, programmi e costrizioni se nel tempo, sempre più reale e scorrevole, ognuno ha libero accesso al sapere? Me insegna a me come far tutto da me, basta cercare, Google in fin dei conti ha tutte le risposte, e Google ognuno l’ha in tasca. Comodo. Senza l’occorrenza, senza il tempo, che non passa e non scorre, nessun racconto può scriversi e né la matematica né la fisica giungeranno mai alla parabola, relegate perennemente al regno dei saperi, da trasmettersi identici.

 

Elia Lazzarin

Come l’invenzione non evita il maestro

 

Il nostro innamoramento per le biblioteche è itinerante: Albignasego, Battaglia Terme, Abano Terme, Due Carrare. Potremmo dare un titolo a questa abbondanza intellettuale: biblioteche, botteghe dell’ascolto.

La ricerca, per la nostra associazione culturale Altra Lettura si compie intorno alla Scienza della Parola, ci prefiggiamo di provare a riformulare il racconto, dato che nella vita non c’è la soluzione, occorre trovare altri elementi, indediti. In questa occasione si tratta di esplorare la mitologia maestro-allievo.

Per Leonardo da Vinci i libri erano antichi amici, maestri, i suoi appunti testimoniano cosi: “dice Battista Alberti” o “riprova contro Battista Alberti”

La scrittura è ciò che resta, che narra l’itinerario e la vita diviene gerundio, esplora come si scrive l’esperienza. Nella bottega di Leonardo: la fabbrica, si fa, si scrive, nessun maestro – allievo come coppia, non due figure una che insegna e una che impara, nessuna relazione tra due, nessun sapere competente, ma dispositivo. Leonardo fu mandato dal padre fin da piccolo nella bottega di Andrea del Verrocchio, considerato uno dei più celebri maestri della città di Firenze.

La biblioteca, dunque, come utensile della bottega, come dispositivo intellettuale che si inventa di continuo e non è inventato una volta per tutte. L’invenzione, ossia la catacresi, la trasformazione degli elementi. Catacresi = fare secondo l’occorrenza.

Nel rinascimento l’impresa si chiamava bottega e per Macchiavelli il capitano deve essere esperto in cartografia, oratoria, musica, pittura e architettura, strategia, ingegnieria e precisamente nel paragone delle arti e delle invenzioni, dato che si impara per via artistica e l’arte non può essere insegnata. Macchiavelli (1469/1527) trova il maestro negli antiqui, questo il passo da una sua  lettera a Vailati: “Venuta la sera mi ritorno in casa, et entro nel mio scrittoio; et in su l’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, et mi metto panni reali et curiali, et rivestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, et che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno di parlare con loro, et domandargli della ragione delle loro actioni; et quelli per loro humanità mi rispondono; et non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tucto mi traferisco in loro.”

 

“Le maestre son come i preti e le puttane. Si innamorano alla svelta delle creature. Se poi le perdono non hanno tempo di piangere”

Lettera a una professoressa. I ragazzi di Barbiana 1967. Questo libro venne costruito con dei criteri di collaborazione e comunicazione inediti per quegli anni, ma contestualizzati in quel tipo di scuola fondata da un priore: Don Lorenzo Milani, a Barbiana, un piccolo paese del Mugello immerso nella campagna e ancor oggi difficile da raggiungere.

La formazione e l’insegnamento non risentiva di fantasie feriale-festivo poichè i ragazzi – studenti di questa struttura venivano da condizioni rurali dove le famiglie non avevano  mezzi culturali per aiutarli e per loro studiare era una conquista. “quelli che stanno in città usano meravigliarsi del suo orario. Dodici ore al giorno 365 giorni l’anno, prima che arrivassi io, i ragazzi facevano lo stesso orario e in più tanta fatica, per procurare lane e cacio a quelli che stanno in città. Nessuno aveva da ridire, ora che quell’orario glielo faccio fare a scuola dicono che li sacrifico” questo libro scritto dai ragazzi segue queste modalità innovative e controcorrente.

1° giorno: un intero pomeriggio, 5 ore, a disposizione per comporre liberamente una lettera

2° giorno: un pomeriggio a leggere a alta voce i lavori e appuntare su foglietti idee e espressioni felici

3° giorno: una mattinata a riordinare i foglietti su un grande tavolo  per dare loro ordine logico e fissare uno schema di lavoro

4° giorno: pomeriggio a rifare la lettera secondo lo schema comune

5° giorno: mattina e sera, tutti insieme a leggere a alta voce i singoli lavori e stabilire il testo comune con le migliori espressioni (il testo è di 1.128 vocaboli)

6° giorno: testo accettato perché ognuno abbia lo scritto davanti a sè un intero pomeriggio con la produzione di annotazioni a margine, correzioni, aggiunte di proposte.

7° giorno:  mattina e sera: proposizione dopo proposizione, ciascuno fa le correzioni

8° giorno: idem

9° giorno: idem

10° giorno: testo definitivo composto da 823 parole, 305 parole in meno, ma arricchito da  molti concetti nuovi

I piccoli trovano qualche volta soluzioni migliori dei grandi.

Una disciplina intellettuale, ma qual’è la disciplina intellettuale? Imparare a viaggiare e imparare è una proprietà del viaggio in direzione della restituizone.

La scrittura è importante, le parole che si incontrano se non si scrivono si perdono, è importante cogliere la provocazione e non avere paura delle parole del loro dipanarsi in cose altre, che non avevamo pensato prima, la difficoltà di scrittura che oggi viene catalogata in un acronimo o in una patologia, non viene affrontata nelle scuole in un corpo a corpo come questo proposto da Don Milani. Nel libro, scritto dai ragazzi si legge, tra le righe, il maestro, non come “supervisore” diremo adesso, ma incarnato nella costellazione dei significanti scelti o cercati o emessi che si sono scritti nella denuncia. Innovativa  e interessante fu che questa protesta contro una scuola classista, datata, che promuoveva i figli dei ricchi che avevano ovviamente più possibilità, basti solo pensare alle ripetizioni, e bocciava i figli dei poveri, era sostenuta da proposte concrete e da dati statistici addirittura non ancora pubblicati.

Dal libro:

“Perchè il sogno dell’uguaglianza non resti un sogno vi proponiamo tre riforme: 1) non bocciare, 2) a quelli che sembrano cretini dargli la scuola a tempo pieno, 3) agli svogliati basta dargli uno scopo.”

Un dispositivo intellettuale maestro allievo, dove il pretesto è il paragone sociale che proseguendo nell’itinerario di questi studenti diventa un modo dell’apertura, qualcosa che può procedere dalla sfida. Di chi è la riuscita? Del maestro, dell’allievo o del dispositivo maestro allievo?  Agli amici che chiedevano cosa potessero fare per lui don Milani negli ultimi giorni del suo viaggio diceva: “diffondete il libro.” Non era un prete da sacrestia che dà consigli, credeva nella diffusione della cultura e nel potere della parola.

 

Scrive Gianfranco Ravasi (sole 24 ore)

“Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti uguali fra diseguali” aveva 44 anni quando un linfogranuloma suggellò la sua vita terrena, singolare, irripetibile, misteriosa, fulminante, come la definì il suo amico padre David Maria Turoldo. Stiamo parlando di don Lorenzo Milani il prete fiorentino dall’intelligenza, umanità e spiritualità assolutamente straordinaria, tant’è vero che ancor oggi la sua eredità è viva, come è attestato da molte riprese della sua figura. Giustamente in un suo libro lo scrittore Eraldo Affinati l’ha definito uomo del futuro o se si vuole della verità atemporale, c’è infatti una parzialità che è paradossalmente la pienezza dell’imparzialità e della giustizia, quando si esercita nei confronti dei deboli, degli indifesi, degli ultimi. L’aveva già intuito, per certi versi, Cicerone quando aveva citato nel suo De officiis il proverbio: SUMMUM IUS SUMMA INIURA, un diritto troppo rigido e frigido può trasformarsi in clamorosa ingiustizia. Sì tra disuguali è immorale amministrare un’astratta uguaglianza di giudizio.

(Summum iussumma iniuria è una locuzione latina il cui significato letterale è “somma giustizia, somma ingiustizia”, oppure “il massimo del diritto, il massimo dell’ingiustizia”. Cicerone (De officiis, I, 10, 33) la cita come espressione proverbiale)

 

La prefazione del libro fu affidata all’architetto Michelucci, leggiamo solo un brano:
“…per raggiungere una efficace collaborazione occorre, a mio avviso, la presenza o le direttive di un “maestro”, di uno che abbia più esperienza degli altri, che proponga l’argomento da svolgere e ne indichi il modo, oppure che sappia cogliere l’argomento stesso dallo sviluppo delle discussioni del gruppo; oppure, infine, che abbia già dato in precedenza un insegnamento tale da poter essere seguito dal gruppo senza che si renda necessaria la sua presenza e il suo diretto controllo” questa la bottega dissidente degli anni’60.

Negli stessi anni 60/68

NON E’ MAI TROPPO TARDI

È stata una trasmissione televisiva messa in onda fra il 1960 e il 1968, si proponeva, il Ministero dell’Istruzione, di scolarizzare attraverso lezioni tenute dal bravissimo maestro Manzi, chi ancora non sapeva nè leggere nè scrivere. A guardare oggi i filmati viene tenerezza, anziani per allora, ma non per oggi, viene convocata una vecchina di 57 anni(!) che si cimentano in questa avventura.

In televisione riproduceva delle vere lezioni primarie con metodologie innovativa, la sua attenzione era proprio verso l’attenzione degli allievi, quindi iniziava con dei disegni stilizzati che non davano subito la rappresentazione, ma solo quando il concetto che stava spiegando era concluso, ciò perchè, mentre guardavano il disegno ascoltavano le parole, evitando, in questo modo, di distrarsi.

Inedito per quegli anni, una lavagna luminosa. Un maestro dissidente. Quando nel 1981 vennero introdotte le “schede di valutazione” al posto della pagella, Manzi si rifiuta: “non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perchè il ragazzo cambia, è in movimemnto, se il prossimo anno uno legge il giudizio che ho dato quest’anno, l’abbiamo bollato per i prossimi anni” fu così sospeso dall’insegnamento. L’anno dopo il ministero fece pressione e Manzi si dichiarò disponibile a redigere questo giudizio uguale per tutti: “fa quel che può, quel che non può non lo fa” tramite un timbro, ma la proposta non fu accolta, questa la replica: “non c’è problema, posso scriverlo anche a penna” un maestro che rischia in assoluto!

Come Don Milano il maestro Manzi fa dell’insegnamento una missione di vita, ma c’è anche un altro maestro che fa dell’insegnamento una missione.

“che cos’è un maestro? Un miss, un miss…” “un missile!”” “no un missionario!” non c’è immagine migliore di quella che propone il film di Petri Il maestro di Vigevano, tratto dal romanzo di Lucio Mastronardi già nel modo di camminare, nel passo del protagonista il maestro Antonio Monbelli interpretato da Alberto Sordi si rileva l’entusiasmo per quella che per lui era una missione. Pur vessato dal direttore della scuola e dalle pretese della moglie che mal sopporta il modesto stile di vita che può concederle il marito, è orgoglioso di appartenere al ceto intellettuale e non stima l’intraprendenza imprenditoriale e, il cinismo degli “arrivati” lo disgusta, vive un particolare senso di dignità. Siamo negli anni del cosidetto boom economico, il potere consumistico fonderebbe l’essere, se ho sono, sopratutto se ho le icone di quegli anni: l’automobile, il frigorifero, ecc. Ma aimè il maestro Mombelli cede ai ricatti della moglie e lascia la scuola per avviare una piccola impresa di calzature. Non essendo nè adatto al lavoro nè al sapersi muovere in questo improvviso successo tutto va a rotoli. Il film si conclude con il maestro Monbelli che per tornare all’insegnamento ha dovuto superare nuovamente l’esame di abilitazione, per altro con successo e entra di nuovo a scuola, appunto per la missione che lo riguarda,  pur affrontando le angherie del direttore. Potremo dire che Monbelli ha difeso il suo amore, la sua inclinazione, ma non è riuscito a inventarsi un mestiere è rimasto nel ruolo, nel mansiorario.

Anche all’interno di un’istituzione bisogna che vi sia un’invenzione, altirmenti si diventa sudditi. Un maestro che lavora nell’istituizone lo farà come nessuno l’ha fatto, nè ci sarà uno come lui.

Scrive Romain Rolland (Francia Borgogna Clamecy, 29 gennaio 1866 – Vézelay, 30 dicembre 1944) scrittore e drammaturgo francese su un tema a lui caro: la vocazione e sulla necessità assoluta che ogni individuo sia libero di seguire la propria:  “ chi ha la vocazione per l’arte, per le ricerche della scienza o del pensiero, bisogna che compia la sua missione. Ed è criminale colui (genitori, insegnanti, società) che si oppone a questa missione, che cerca di scoraggiarla. Tutti i nostri sforzi devono tendere a che , in ogni società, ognuno possa seguire la via che gli è assaegnata dalla natura”.

Per quanto riguarda una donna, il significante maestro prende la piega di amministratore, ministro è il neofitismo che accompagna questa piega: la prima donna che … potremmo dire: non fa la maestra.

Il maestro è nel tempo, nel senso che anche un aforisma può funzionare da insegnamento, una frase è già un incontro, ci capita di pensare per esempio a ciò che ha detto la signora della lampada Florence Nightingale: “attribuisco il mio successo a questo: non ho mai accampato nè accettato scuse” Firenze, 12 maggio 1820 – Londra, 13 agosto 1910 fondatrice dell’assistenza infermieristica

Ipazia: le sue opere vennero distrutte da un incendio, ma i suoi studenti scrissero di lei e delle sue opere, delle sue idee. Alessandria d’Egitto355/370 – Alessandria d’Egittomarzo415[1]) è stata una matematicaastronoma e filosofa greca antica. Rappresentante della filosofia neo-platonica,[2]

La restituzione in valore testimonia che c’è un dispositivo.

E in tutto ciò non può mancare il grande Pirandello, nella sua ricerca intorno all’inidentità e all’ironia. Nell’agosto del 1912 scrive la  novella Maestro e amore in cui si narra di due professori insegnanti di tedesco che per passare un concorso devono affrancarsi nella lingua. Il più giovane inizia delle conversazioni con una ragazza tedesca che :

“cerula gens sincera…” “ sincera no, si mescola” “si mescola che vuoi dire?”” Eh, – fece il Taiti -Tacito dice sincera nel senso che non si mescolavano. Ora questa fraulein Wenzel pare che sia dispostissima a mescolarsi” “già, già, riconobbe il Torre – ma anzi meglio! Caro mio, l’incrocio…che via cercando? Innamorata, bionda, non brutta, trentatre anni, che vai cercando? Ma non sai che non c’è miglior maestro dell’amore?..perché si abbia la conoscenza rele e non astratta di una cosa, perché questa cosa divenga veramente nostra, bisogna che la conoscenza divenga sentimento. Finchè conosciamo soltanto con l’intelletto, avremo una conoscenza astratta delle cose, chi si appropria delle cose è il sentimento!..diventerà tua, per la vita, quella lingua: tu la vivrai che scherzi? Non esiterei un momento, se fossi nei tuoi pann! Non esiterei un momento”

Imparando, gerundio, il professore- allievo sucita l’amore della sua insegnante e la sposa spinto dalle tesi sull’amore-insegnamento dell’amico. Ma la faccenda si capovolge, il calcolo non va a buon fine, per la mogliettina è l’italiano la lingua dell’amore e così parla in tedesco con l’amico del marito che puntualmente fa visita tutte le sere. Ecco perché insisteva tanto! Avrebbe potuto approfittare delle conversazioni in tedesco senza dover stare agli obblighi coniugali; alla donna viene proibito dal marito, questo conversare, ma da lei viene scambiato per gelosia, aumentando ancor di più il desiderio nei  confronti del marito, dato che ella era all’oscuro di tutta la trama. Pirandello, come sempre introduce l’assurdo che è ciò che mette in scacco la padronanza, anche la padronanza di sapere dove stia il maestro e dove stia l’allievo, è questo un dispositivo? Sì un dispositivo ironico che si fa beffe anche della padronanza sulla parola e sulla lingua:  la lingua madre, la lingua dell’amore, ecc.

Era un dispositivo intellettuale quello narrato da Pirandello o pittosto un calcolo rispetto alle figure del maestro e dell’allievo? L’indicazione sta nell’angoscia che travalica il protagonista che si ritrova suo  malgrado in  una bolla di tristezza, l’amico ha barato. L’aveva consigliato di non pagare le lezioni sposandosi con la maestra, ma ben più alto è il pagamento che si ritrova.

Non possiamo dire : questo è il maestro, costui è un maestro, forse lo incontriamo per constatazione rispetto alla restituzione, alla memoria.

Ma la ricerca continua in quanto infinita, dall’oriente ci arrivano moltissimi racconti rispetto al maestro come guida spirituale, ovviamente non solo dall’oriente, pensiamo a Gesù Cristo.

Vorrei solo accennare a Georges  Gurdjieff e al suo libro incontri con uomini straordinari nacque in Armenia nel 1872 e morì in Francia nel 1949Di origini greco-armene, visse a lungo in Turchia e in Francia. Il suo insegnamento combina sufismo, scuola mistica dell’Islam (in particolare studi sulle danze sacre dei dervisci), e altre tradizioni religiose (cristianesimosikhismobuddhismoinduismo), esoterismo e filosofia, in un sistema sincretico di tecniche psicofisiche e meditative che cerca di favorire il superamento degli automatismi psicologici ed esistenziali che condizionano l’essere umano. George Ivanovich Gurdjieff fu uno dei maestri spirituali più influenti del ventesimo secolo. Da giovane partecipò a spedizioni alla ricerca di antichi insegnamenti, in parte documentati nel suo libro Incontri con uomini straordinari. Tale ricerca lo portò a trovare una confraternita segreta da cui sembra sia riuscito a venire in possesso di un sistema d’insegnamento unico nel suo genere.

Nel 1910 Gurdjieff portò questo sistema in Russia. Trasformò la conoscenza orientale e le esperienze acquisite in un linguaggio comprensibile all’uomo occidentale del XX secolo. Chiamò la sua disciplina la “Quarta Via”, una combinazione dei tre metodi tradizionali del Fachiro, del Monaco e dello Yogi (per saperne di più de La Quarta Via). Tuttavia la rivoluzione bolscevica e la prima guerra mondiale costrinsero Gurdjieff a emigrare e a stabilirsi in Francia, dove fondò “l’Istituto per lo Sviluppo Armonico dell’Uomo”. L’influenza di Gurdjieff si diffuse in tutta Europa e persino in America ma la situazione sociale in declino e la seconda guerra mondiale gli impedirono di istituzionalizzare ulteriormente la sua organizzazione. Fu costretto così a chiudere l’istituto e a dedicarsi nell’ultimo periodo della sua vita alla scrittura dei seguenti libri: La Vita Reale, Del Tutto e di Tutto, Incontri con Uomini Straordinari e I Racconti di Belzebù a suo Nipote. Un maestro che faceva emergere la domanda.

Ma veniamo ai giorni nostri e a quello che impegna il dibattito attuale: la commistione uomo-macchina, il cervello artificiale. Constatiamo ogni giorno di come le tecniche matematiche studino i nostri desideri, spostamenti, potere d’acquisto, affidabilità, potenziale come studenti, lavoratori, criminali, ecc. Dal libro “niente più individui pieni di pregiudizi a leggere carte e documenti, solo macchine impegnate a elaborare fredid numeri. Uno degli esempi è questo: nel 2007 il sindaco di Waschington decide di intervenire sulle scuole dato che solo un liceale su 2 arrivava al diploma. La teoria da dimostrare era che i ragazzi non imparavano abbastanza perché gli insegnanti non erano all’altezza e quindi andavano eliminati e così in due anni vennero caccaiti coloro che nella curva di analisi si erano collocati al 2% inferiore. Venne usato Impact lo strumento di valutazione matematico che si avvale degli algoritmi. Per Sara Wysocki sembrava non esserci problema , dato che dagi superiori, dagli studenti e dai genitori, quindi da perosne in carne e ossa, partecipi dell’esperienza, era definita “la migliore insegnante  mai conosciuta” ma l’algoritmo che pretendeva di calcolare la MODELLAZIONE A VALORE AGGIUNTO, fece sì che venisse licanziata. A Waschington si voleva ridurre il pregiudizio umano e attenersi a punteggi scaturiti da risultati oggettivi, i numeri avrebbero parlato chiaro, sarebbero stati più equi. Ma la maestra non si arrende e nella sua ricerca scopre che per timore id eprdere privilegi economici e per paura degli algoritmi giudicanti, gli insegnati precedenti avevano ritoccato i test degli esami dei loro alunni e quindi l’aumento rilevato dal test nel periodo di sua competenza risultò insufficiente. Valutazioni gonfiate a arte. Ma non ci si può appellare contro un’arma di distruzioen matematica, poichè non ascoltano, sono sorde anche alla logica e emettono sentenza inflessibili e puniscono i soggetti che hanno la svntura di esser l’eccezzione. E’ un’invenzione l’algoritmo? E se sì non evita il maestro, lo elimina!

 

 

Roberta Coletti – presentazione dell’evento “come l’invenzione non evita il maestro”

Maestro-Allievo

Per effetto del  labirinto mi ritrovo a svolgere una professione alquanto impossibile : l’educatore.

L’idea comune è pensare che l’educatore grazie agli anni di studio sia in possesso delle linee guida (termine molto in auge) per trovare soluzioni sempre e in ogni caso. Se capita A la soluzione è A1, se capita C la causa è da ascrivere a B e quindi la soluzione è D.

Posso garantire che non è proprio cosi. Nei miei anni di esperienza ho capito una cosa fondamentale: nessuno vuole essere educato.

Nonostante questo quotidianamente mi ritrovo nella “relazione” maestro-allievo dove per ruolo, per accordi gestionali con l’Ulss, per i Pei (progetti educativi individualizzati) ho il compito di abilitare delle persone con difficoltà.

Né educato, né abilitato! Anche nelle cose più banali come la cura di sé.  Imparare è faticoso, scomodo e soprattutto una rottura. Come è faticoso ripetere la stessa cosa mille volte e mille volte disattesa.

Basta dire fai e uno lo fa? Qualcuno di voi c’è riuscito?

Basta dire fatti la doccia, metti le ciabatte, fatti la cartella e come per magia viene fatto o imparato?

Occorre percorrere quindi una via Altra: arte e invenzione. A volte le cose accadono laddove non ce l’aspettiamo…in un tempo non prevedibile (non causa –effetto) e per ragioni a noi sconosciute.

Es. Maria è in sovrappeso. Per anni si cercano tutte le strategie per farla dimagrire: dalle più allettanti (se dimagrisci potrai comprarti il vestito che tanto ti piace), a quelle più drastiche (appiccicare foto di persone  obese nell’armadietto personale) passando per dietologi e altro. Niente da fare.  Alla fine si rinuncia. Dopo l’ennesima visita medica accade qualcosa: M. inizia a dimagrire sorprendendo tutti. Si sarà svolto qualcosa nella parola del medico? E perché non è accaduto prima? Fatalità anche la madre è stata obbligata a dieta e M. controlla che la segua e non sgarri. Forse il rovesciamento della coppia maestro-allievo ha trovato una scrittura diversa. M. è diventata maestra per la madre.

 

Giuseppe. Per partito preso contrario ad ogni parola che usciva dalla mia bocca. Ero Accusata di volerlo comandare. Faccio quello che voglio io era il suo enunciato. All’ennesimo “scontro” mi sono rivolta a lui dicendogli questo: la tua sfida non ti porterà a nulla; nessuno fa ciò che vuole nella vita. Le cose si fanno per necessità e non per voglia. Per un periodo non gli è più stato detto che doveva lavarsi, cambiarsi, farsi la barba. Nello stesso periodo frequentava la struttura un volontario giovane, molto attento all’aspetto estetico con cui G. aveva istaurato un buon rapporto. Dopo un po’ abbiamo iniziato a vedere dei cambiamenti in G.

 

Primi anni 2000 S. Elena d’Este classe V elementare.

Laboratorio di lettura animata. Tema: il viaggio di Ulisse. Attraverso una serie di giochi si fa scoprire ai ragazzi le avventure di questo affascinante personaggio. Nel gruppo di alunni ci sono due sikh (comunità poitico-religiosa indiana) che avevo scambiato con grande imbarazzo da parte mia per femmine dato lo chignon alto. Parlavano poco, anzi non parlavano proprio. Il mio dubbio era : capiscono ciò che dico? Alla fine ho abbandonato il dubbio  pensando che la cosa importante per loro fosse esserci.

Dopo qualche mese ad una riunione rivedo le insegnanti con cui avevo fatto il laboratorio e mi comunicano che i 2 ragazzi sikh avrebbero portato come materia d’esame il viaggio di Ulisse. Rimasi sbalordita. Il dispositivo maestro allievo non annunciato a parole  si fa strada con la via del gioco.

 

MAESTRO

La figura del maestro l’ho avuta alle scuole elementari. Le prima scuola a tempo pieno a Padova osteggiata da tutti anche dal prete del paese. Era raro più di 40 anni fa trovare insegnanti maschi alle scuole elementari. Ed era rivoluzionario avere 4 insegnanti: due maschi e due femmine. Ricordo che ai miei occhi gli insegnanti erano degli sperimentatori. Ci hanno insegnato a preparare e fare interviste, eravamo piccoli redattori (facevamo il giornalino della Lambruschini), eravamo attori di teatro, scenografi, musicisti. Imparavamo sperimentando e questo ha instillato il seme della curiosità e dello spirito critico. La loro passione per l’insegnamento è diventata la nostra per l’apprendimento. Non abbiamo mai sentito il peso della prestazione. Ciascuno di noi era un piccolo esploratore con lo zainetto in spalla.

 

 

Maddalena Cassetta

Musica Maestro!

Il maestro come dispositivo con il quale si incontra la difficoltà e la si attraversa nell’eperienza, se si scrive il maestro nel cammino della vita, non si può essere esenti dall’invenzione.

L’invenzione si trova nella pratica dello strumento, nell’insegnamento, nell’incontro con il pubblico, nell’esercizio della parola, nel viaggio! E il maestro interviene a dire che con l’esercizio ci può essere la riuscita. Gli strumenti forniti dal maestro sono indispensabili per attraversare la difficoltà, l’ostacolo assoluto che sta lungo il percorso; l’inceppamento è sempre dietro l’angolo e allora occorre tornare al maestro, agli strumenti per elaborare e da qui riprendere il camino.

La musica fluisce se il maestro opera nel fantasma, e ciò vuol dire che le fantasie non vanno tolte anzi! E quando parliamo dell’improvvisazione, musicale o di altro tipo, questa improvvisazione non è del tutto libera poichè si combina con l’esperienza, con le regole e con gli insegnamenti.

 

Riccardo Loriggiola

Appunti di Viaggio

cartoncino ultimo

 

 

Qual’è la direzione del viaggio? Ce ne accorgiamo dalle virtù del viaggio: l’infinito del viaggio, la leggerezza del viaggio, la libertà del viaggio.

Può forse  il viaggio raccontarsi tra “parto e torno” ? No, il viaggio della vita è senza ritorno. L’esperienza, l’evento fanno del viaggiatore un viandante senza localismi, né di origine, né di fine. Se rimanessimo ciò  che eravamo alla partenza, a che scopo viaggiare?

Il viaggio non è né positivo, né negativo, è viaggio di scrittura. Il negativo non va negato, altrimenti è la negazione dell’ironia, del modo  dell’apertura. Se si toglie il negativo, le cose non procedono. Se si fa come se il negativo non esistesse si aderisce al fantasma di purificazione. Diverso è fare delle circostanze non scelte un punto di forza, poiché la sorte ha la sua forza proprio nell’assenza di alternativa e ciò che è in contrasto non si può scegliere.

Il fare non dipende dal voler fare, dal saper fare, dal dover fare e dal poter fare.  Noi dipendiamo dal programma, non è che il programma dipenda da noi, la dipendenza è dall’Altro, cioè dal programma, è il programma a decidere, non c’è autonomia, se si crede di dover decidere in base alla scelta bene – male poi ci si trova nella pesantezza.

Chiedersi qual’è il viaggio comporta la domanda: “da dove vengono le cose e dove vanno”. C’è un programma di parola, lo stress, la tensione  è quella di scrivere, la scrittura è pagante, nel piacere della scrittura non si trova la fine, il piacere infinito è effetto dell’invenzione, è una cosa che non si era pensata.

L’itinerario di ricerca e d’impresa è in direzione della qualità

 

 

Roberta Coletti

tra le righe